sabato 12 gennaio 2008
Emergenza rifiuti: la serietà al governo!
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domenica 16 dicembre 2007
Stranieri, abbuffata clandestina


di Francesca Angeli - domenica 16 dicembre 2007
da Roma
Un milione, almeno, di richieste di assunzione di stranieri e appena 170.000 posti di lavoro disponibili, quelli fissati col decreto flussi 2007. Soltanto nella giornata di ieri il sistema informatico del ministero dell’Interno in 12 ore, dalle ore 8 del mattino alle 20, aveva già ricevuto 352.955 domande di assunzione. Ed era la prima tranche. Se nelle prossime due tranche, fissate per il 18 e il 21 dicembre, l’afflusso delle domande (come è prevedibile visto che sono già stati scaricati dalla rete 700.000 moduli) procederà con lo stesso ritmo si arriverà al minimo ad un milione di richieste. Che cosa succederà delle circa 8-900.000 che resteranno fuori? Al Viminale attraverso la rete arriveranno tutti i dati, i numeri, gli indirizzi dietro ai quali ci sono migliaia di volti, persone reali che chiedono lavoro accanto ad altre che lo offrono. E con tutta probabilità si tratterà per la maggior parte di stranieri che già lavorano sul nostro territorio in modo irregolare e privi di permesso.
Insomma da oggi il governo ha un problema in più che difficilmente potrà far finta di non vedere. La risposta potrebbe essere quella di riaprire subito i flussi con un nuovo decreto come richiesto da patronati e sindacati.
Il Viminale si era organizzato per fare fronte all’assalto telematico ma nonostante l’apparato messo in piedi non sono mancate le difficoltà e gli intasamenti. E le proteste. Soprattutto da parte dei patronati e dei sindacati che si erano preparati ad inviare centinaia di domande in blocco e che invece, denunciano, si sono visti scavalcati dalle domande dei privati. Durissima la protesta delle Acli, di Cgil, Cisl, Uil e delle associazioni dei consumatori, che chiedono già di rivedere le graduatorie e comunque di riaprire i flussi. Il Viminale replica che tutto è avvenuto senza intoppi critici e soprattutto senza assegnare corsie preferenziali a nessuno. Comunque il governo specifica che delle 352.995 domande 162.572 sono quelle inviate dai singoli cittadini e 190.423 quelle di patronati e associazioni.
Ma vediamo le cifre. Ieri era possibile richiedere l’assunzione di stranieri provenienti da uno dei 14 paesi che hanno stipulato accordi bilaterali con il nostro. I posti a disposizione per questo settore sono 47.100. Il Viminale stima che le domande saranno alla fine 380.000. Quindi soltanto uno su otto raggiungerà il traguardo. Il maggior numero di richieste è arrivato per il Marocco, 97.085; Bangladesh, 55.070; Moldavia 31.286. Le richieste riguardano il lavoro domestico (206.938) o subordinato in genere (146.057). La prima domanda è arrivate alle ore 8 un secondo e 134 millesimi. Il sistema messo a punto dal ministero ha gestito all’incirca 9.600 connessioni al minuto. In molti hanno lamentato l’eccesso di attesa per la conferma dell’avvenuta ricezione da parte del sistema ma il Viminale replica che a parte qualche lentezza «il sistema ha retto».
Adesso si preparano altre due giornate di passione. Il 18 toccherà alle domande di assunzione per badanti e colf di nazionalità diverse dalle 14 di ieri. Anche qui si prevede l’arrivo di almeno 300.000 richieste per soli 65.000 posti disponibili. Infine il 21 dicembre toccherà a tutte le restanti tipologie di lavoro e soprattutto alle domande di conversione del permesso di soggiorno per tutte le nazionalità. Chi è entrato nel nostro Paese con un visto turistico o per studio potrà chiedere il cambio con quello di lavoro.
Già sul piede di guerra patronati e sindacati. L’Arci parla di «situazione gravissima» e di «sistema inadeguato». La Cisl invece segnala come la lunghezza di alcuni nomi dello Sri Lanka, abbia mandato in tilt il sistema di accettazione.
Alle critiche piovute sul Viminale replica il prefetto Mario Morcone, capo Dipartimento per l’immigrazione. «La sproporzione tra le quote offerte e le domande ricevute è un problema che non appartiene all’amministrazione - dice Morcone -. Noi abbiamo lavorato con serietà e onestà per mettere il presidente della Repubblica nelle stesse condizioni di ogni singolo cittadino».
Tocca al sottosegretario all’Interno, Marcella Lucidi, sottolineare che esiste un problema politico da risolvere che nasce dalla «sproporzione tra il fabbisogno occupazionale che esprimono le famiglie e le imprese italiane e le quote numeriche dei flussi».
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giovedì 25 ottobre 2007
Senato: governo battuto piu' volte, verso il voto di fiducia
Roma, 25 OTT (Velino) - Le notizie provenienti da Palazzo Madama configurano un giovedi' nero per maggioranza e governo, complessivamente battuti quattro volte dall'opposizione sugli emendamenti al decreto-legge collegato alla Finanziaria. Una via crucis che potrebbe spingere il governo a ricorrere al voto di fiducia. E in questo senso sembra andare la convocazione per le ore 15 di una riunione dei capigruppo. I colpi ricevuti al Senato gettano ulteriore scompiglio in una coalizione che esibisce in modo sempre piu' plateale il proprio nervosismo e le contrapposizioni interne.
Il premier Romano Prodi prova a rilanciare - e a stoppare le manovre che gli alleati, secondo molti retroscenisti, starebbero organizzando a sue spese - indicando la necessita' di cambiare la legge elettorale (ma non certo nella direzione auspicata dai fautori del modello tedesco) a larghissima maggioranza e di approvare le riforme istituzionali avviate dalla Camera. Riforme che - sottolinea Prodi - non implicano affatto il varo di un governo tecnico. Insomma, il Professore sbarra la strada a quanti nella maggioranza immaginano un percorso alternativo a quello del governo Prodi per condurre in porto le riforme - almeno quella elettorale - prima del voto. Uno scenario tratteggiato martedi' sera anche dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Che da allora ha a piu' riprese incrociato le lame con Palazzo Chigi a colpi di repliche e controrepliche.
Oggi la terza carica dello Stato - nelle cui considerazioni e' stato colto il riecheggiare di appelli cari al Quirinale - puntualizza: "Se vive il governo, il primo a essere contento sono io". Una precisazione impensabile in altri frangenti, quando il sostegno di Bertinotti al governo sarebbe apparso scontato.
Il presidente della Camera aggiunge che e' si' contento se il governo vive, ma "se questo governo non ce la facesse a vivere non c'e' il diluvio. C'e' un'altra possibilita', se si ritiene che le riforme costituzionali e quella elettorale siano prioritarie". Ancora una volta si riaffaccia per Prodi lo spettro di un esecutivo che sostituisca quello da lui guidato. Un fantasma che indebolisce l'arma prodiana della minaccia di elezioni anticipate. Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture e leader dell'Italia dei Valori, indica addirittura la natura, la durata e gli obiettivi dell'esecutivo che potrebbe traghettare il paese alle urne: "Se dovesse cadere il governo Prodi, prima delle elezioni c'e' la necessita' di dar vita a un governo tecnico, che duri magari 60 giorni-tre mesi, per riformare la legge elettorale. Poi si vada pure al voto".
D'altra parte, le defezioni e i veleni di Palazzo Madama non consentono di coltivare illusioni sulle prospettive del governo. Che dovra' presto affrontare un altro calvario, quello della Finanziaria.
Franco Turigliatto e Salvatore Cannavo', esponenti di Sinistra critica, componente minoritaria di Rifondazione, hanno annunciato oggi che non si sentono parte della maggioranza, dunque non voteranno la Finanziaria. E Turigliatto siede a Palazzo Madama. Dove a questo punto – se si escludono i senatori a vita e in attesa che le fughe dalla maggioranza ventilate da Berlusconi trovino conferme ufficiali - l'Unione e' gia' in inferiorita' numerica. Per Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi, ai "secondi di Prodi" non resta che "gettare la spugna".
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martedì 16 ottobre 2007
Prodi tradisce i sindacati

di Antonio Maglietta - 16 ottobre 2007
Romano Prodi ha deciso di tradire i sindacati confederali. A chi gli chiedeva, nei giorni scorsi, se alla fine avrebbe ceduto alle richieste dei massimalisti del centrosinistra sulle modifiche al protocollo sul welfare, rispondeva serafico: «Pacta sunt servanda». Nonostante queste dichiarazioni, il governo ha deciso di modificare unilateralmente parte del contenuto dell'accordo. E non si tratta certo di modifiche di poco conto, come sta cercando di far credere certa stampa «amica»: è saltato il tetto numerico sui lavori usuranti e, soprattutto, viene irrigidito il contratto a termine, per cui, a differenza della prima versione, sarà possibile un solo rinnovo a termine dopo 36 mesi. Certamente si tratta di un vero e proprio schiaffo dato a tutti quelli che avevano appoggiato politicamente il protocollo così com'era. Il ceffone ha colpito soprattutto i sindacati confederali, che avevano sottoscritto quel testo d'intesa ed avevano messo in gioco la loro stessa credibilità per difenderlo a spada tratta.
Dopo aver vinto con percentuali bulgare il referendum tra i lavoratori, i confederali si aspettavano che l'accordo fosse recepito, senza troppi traumi, anche dal Consiglio dei ministri, e quindi tradotto da subito in disegno di legge da presentare in Parlamento (con tutta probabilità alla Camera). Invece no, è successa la cosa che più temevano i leaders della «Triplice»: il sindacato è stato scavalcato a sinistra, con l'aggravante che questo è avvenuto per opera di due partiti della coalizione che sostiene il governo: Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani. La conseguenza palese è che i sindacati confederali sono stati delegittimati dai partiti della sinistra massimalista, ma anche dallo stesso Prodi, sotto due aspetti: nel ruolo di difensori degli interessi di tutti i lavoratori e nel titolo di rappresentanti di questi stessi interessi.
A questo punto un lavoratore con simpatie a sinistra potrebbe benissimo pensare che il sindacato sia inutile, o che tratti con la logica del «governo amico», o alla meglio sia inefficiente, perché non è riuscito a strappare un accordo migliore, come invece hanno dimostrato benissimo che si poteva fare i partiti di Franco Giordano e Oliviero Diliberto. E che cosa penserà a questo punto Epifani, leader della Cgil, colui che più si è esposto e più ha rischiato su questa vicenda e per difendere l'accordo (e lo stesso governo Prodi) ha dovuto subire gli strali dei contestatori e la storica spaccatura politica all'interno della sua confederazione da parte della Fiom?
Non è da meno la ripercussione del tradimento di Prodi sul tema della rappresentanza dei sindacati confederali, sulla quale in Italia si dovrebbe fare una profonda riflessione. Oggi la «Triplice», anche alla luce degli ultimi eventi, è davvero rappresentativa degli interessi dei lavoratori attivi, oppure lo è solo dei pensionati, vista anche la composizione dei suoi iscritti? A questo punto è giusto che i sindacati confederali siedano al tavolo delle trattative con il governo, parlando a nome di categorie che non rappresentano, come ad esempio i giovani lavoratori? E se al governo non è bastato il voto quasi plebiscitario dei lavoratori sindacalizzati per legittimare politicamente il protocollo sul welfare, allora che senso ha avuto indire una consultazione referendaria come quella dei giorni scorsi?
Tutto questo, ovviamente, dà per scontato il fatto che un esecutivo serio e degno di questo nome, una volta sottoscritti degli accordi, alla fine cerchi di rispettarli a tutti i costi. Tuttavia, in quest'anno e mezzo di governo di centrosinistra si è promesso, anche solennemente, tutto ed il contrario di tutto per poi fare nulla, o alla meglio la cosa peggiore. Quindi l'ultimo voltafaccia, benché molto grave nell'ottica dei rapporti con le parti sociali, non fa altro che cristallizzare l'assoluta mancanza di credibilità di ci sta governando. Perciò la vera novità non è il tradimento dei patti sottoscritti e la mancanza di credibilità del governo; quella semmai è una conferma. La novità, invece, è che i leaders del centrosinistra, Prodi in testa, pur di restare attaccati alle poltrone non guardano in faccia neanche gli (ex?) amici della «Triplice». Forse dalle parti di Palazzo Chigi, incuranti del fatto che la vicenda rappresenti un colpo mortale alla credibilità degli stessi sindacati confederali, avranno pensato: «Mors tua, vita mea».
Antonio Maglietta
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giovedì 11 ottobre 2007
La scoperta di Visco: "Tasse mai così alte dal dopoguerra"


Roma - Visco se n'è accorto. Dopo che proteste e lamentele sono arrivate dappertutto, dev'essere stata l'illuminazione del verduriere sotto casa. "A mini', ma quanto so' alte 'ste tasse!". Il viceministro se n'è accorto e stamattina in commissione Finanze al Senato ha detto finalmente la verità: "La pressione fiscale in Italia ha ormai raggiunto il massimo al dopoguerra. Impensabile fare ricorso a nuove tasse". Secondo Visco, però, il pareggio di bilancio è a un passo, anzi, a una manovra di distanza, quella eventuale dell’anno prossimo.
Tocca al parlamento "Rispetto agli strumenti che il governo può utilizzare - puntualizza Visco - la pressione fiscale, che ha raggiunto livelli pressoché ineguagliati nella storia del dopoguerra, non può essere più incrementata. Quanto alla spesa corrente, viceversa - aggiunge - più che l’esecutivo sarà il parlamento a dover individuare le misure per eliminare la spesa corrente improduttiva e ridurre drasticamente gli sprechi".
I conti dello Stato Visco rivendica al governo il merito di aver riportato sotto controllo le dinamiche dalla finanza pubblica. "L’uscita dalla fase di emergenza dei conti pubblici, nella quale versava il Paese all’avvio della legislatura e che giustificava ampiamente la terapia d’urto posta in essere l’anno scorso - sottolineato -. E' stata conseguita grazie a una crescita importante e strutturale del gettito erariale, a sua volta derivante da un sostanziale mutamento delle aspettative dei contribuenti". Ora il risanamento è a portata di mano. "Non vi è dubbio - conclude - che, ricorrendo a un’ulteriore manovra correttiva nel prossimo esercizio, potrà essere conseguito l’obiettivo del pareggio di bilancio".
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giovedì 4 ottobre 2007
Ecco come il Pd farà cadere il governo

di Gianni Baget Bozzo - giovedì 04 ottobre 2007
La differenza di principio tra il Partito democratico e la sinistra «radicale» si fa più grave non sui temi sociali, ma su quelli degli immigrati e delle sanzioni dello Stato contro i reati da essi commessi.
La sinistra che fa capo a Rifondazione è frutto di un mutamento avvenuto nella sinistra italiana dopo la fine del comunismo russo. La caduta del comunismo russo ha avuto ripercussioni anche nel Pci che doveva al partito russo la sua fondazione genetica e ne aveva incorporato come identità propria il concetto di rivoluzione anticapitalista imposta alla società dallo Stato come organo della verità. Il Pci è divenuto democratico nel metodo, ma non mai socialdemocratico nella dottrina, non ha mai accettato di sostenere il capitalismo come principio nel modo socialdemocratico nemmeno quando dovette cambiare nome. E fu ben attento a non prendere il nome «socialista» e a mantenere il suo atto fondativo nella scissione di Livorno tra il Psi e i comunisti italiani.
Ma la cultura della sinistra è cambiata da allora, non ha più puntato sull’imposizione ideologica e sull’utopia sociale, ma ha mantenuto la tesi che il sistema capitalistico sarebbe entrato in crisi nella società globale in funzione di tutte le contraddizioni che la società globale comporta. Essa infatti fonde in uno spazio unico di comunicazione tutti i diversi tempi e le diverse storie dell’umanità: quasi tutti i punti di evoluzione dell’umanità sono presenti al loro livello nella società globale, creando contraddizione tra lo spazio unico e i tempi molteplici e diversi.
Rimane l’idea di rivoluzione, non come presa del potere dello Stato, ma, al contrario, come disarticolazione di esso. Può essere quindi anche una forma di lotta non violenta perché punta sulle masse e non sulle minoranze, ma sempre di lotta e di rivoluzione si tratta. Tra i postcomunisti del Partito democratico e la sinistra rivoluzionaria in questa nuova forma c’è una grande differenza. Tanto più che il Ds ha rinunciato alla difesa della tradizione socialista e cerca la salvezza ideologica senza l’ideologia unendosi con le clientele democristiane del sud. La sinistra rivoluzionaria ha dunque il monopolio della cultura di sinistra, tanto che riesce a condurre fuori del Partito democratico anche la sinistra intellettuale che fa capo a Fabio Mussi. La sinistra rivoluzionaria è il vero senso che le parole «antagonista» e «radicale» nascondono.
Per spiegare come il contrasto possa divenire acceso, basta notare un episodio: Piero Sansonetti ha accusato Walter Veltroni di fascismo per aver sostenuto che si dovesse concedere ai prefetti la capacità di espellere cittadini rumeni che perturbano in modo grave la pace sociale. Sansonetti vede in questo la cancellazione dello Stato di diritto e la sostituzione dei giudici con i prefetti. Sarà ancora più indignato quando dovrà constatare che il ministro degli Interni intende proporre in consiglio dei ministri proprio quello che ha proposto Veltroni. I temi della sicurezza e degli immigrati saranno al centro della lotta mortale tra la sinistra storica, degradata in Partito democratico, e la sinistra rivoluzionaria. Paolo Ferrero, ministro di Rifondazione, propone la cancellazione della Bossi-Fini e porte aperte all’immigrazione, togliendo allo Stato e conferendo ai Comuni i poteri di certificazione della condizione legale dell’immigrato. Per la sinistra rivoluzionare la società globale vale non solo per il capitale e le merci ma anche per gli uomini. Gli immigrati debbono dunque entrare liberamente in Italia come vi entrano le monete e le merci.
I Ds hanno conservato invece l’idea dello Stato e della nazione. Non a caso lo hanno conservato in modo particolare i sindaci delle grandi città: e Sergio Cofferati è divenuto il simbolo del principio della legalità e dell’integrazione contro quello della libera immigrazione e dell’autogestione degli immigrati. Cofferati è ancora in minoranza nel Ds, ma è anche un punto di riferimento: quando il ministro degli Interni Giuliano Amato propone tolleranza zero e concede ai prefetti il potere di espulsione (pur lasciando incerto quale autorità li accompagnerà alla frontiera), indica una differenza culturale e ideologica tra la linea della sinistra storica e quella della nuova sinistra rivoluzionaria. Ciò che era evidente a tutti prima della formazione dell’Unione si deve ora constatare sul terreno dei fatti. Ciò rende inevitabile la crisi di governo proprio con la nascita del Partito democratico in cui la sinistra storica dovrà parlare il proprio linguaggio e entrare in contrasto con la sinistra rivoluzionaria. Sarà un grande problema questa crisi di governo: inevitabile, perché in essa si compirà la grande divisione della sinistra italiana unita soltanto nella lotta contro Berlusconi.
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martedì 2 ottobre 2007
Mirafiori lancia un fischio a Prodi di OSCAR GIANNINO

Potete non crederci, ma il destino di Romano Prodi è appeso a una birichinata del compagno Fulvio Fammoni. Direte voi: e chi diavolo è, questo Fulvio Fammoni? Ora ve lo si spiega. Ma intanto occhio a queste scadenze. Oggi in Senato si vota sulle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, e si inizia a misurare la febbre della sinistra antagonista, scontenta della Finanziaria. Domani, si vota di nuovo sul caso Visco-Speciale, e vediamo se i dipietristi terranno duro sul ritiro definitivo e non temporaneo al viceministro della delega sulla Guarda di Finanza. (...) segue a pagina 7 (...) Ma è sul protocollo del welfare, che Prodi è nei guai neri. Come si è visto ieri a Mirafiori, per i fischi riservati ai sindacalisti confederali che difendevano il protocollo del 23 luglio. E quei fischi sono nulla, rispetto all'impasse politico vero. Lo scontro va molto al di là della Cgil spaccata, continua...
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domenica 30 settembre 2007
Tasse, Prodi batte tutti i record. La pressione fiscale svetta al 43,1%


di Fabrizio Ravoni - domenica 30 settembre 2007
Roma - «Abbiamo ridotto la pressione fiscale», dice Romano Prodi. Per la legge finanziaria, il taglio è stato dello 0,1%: dal 43,1% di quest’anno al 43 del prossimo (resta il fatto che il 43,1% è più basso solo del record toccato del 43,7% nel 1997 con l’Eurotassa). «Abbiamo messo sotto controllo la spesa corrente», aggiunge Tommaso Padoa Schioppa. Nel 2008 la spesa corrente cresce dello 0,1%. «E ridotto il debito pubblico», aggiunge il ministro dell’Economia.
In effetti, nelle tabelle fornite a Palazzo Chigi il dato del debito passa dal 105 di quest’anno al 103,5% del pil (il Dpef indicava per quest’anno un rapporto debito-pil al 104,7%). Ma per raggiungere questo risultato, il fabbisogno di cassa del 2008 (valore valido per il calcolo del debito) dev’essere inferiore di quasi un punto nominale rispetto al deficit, indicato al 2,2%; soprattutto, a fronte di un pil che cresce dell’1,5%, a fronte di una previsione dell’1,9% del Dpef. Da qui, la cautela della Commissione europea nel prendere per buone le cifre della manovra. E fra una settimana gli esperti di Bruxelles saranno a Roma. Padoa Schioppa, comunque, confida che l’Italia possa uscire dalla procedura per deficit eccessivo.
Un po’ di chiarezza sui reali valori della finanziaria per il 2008 arriverà quando il ministero dell’Economia renderà disponibile la Relazione previsionale e programmatica (Rpp), approvata dal Cipe venerdì. Dal documento si potrà stabilire l’effettivo livello di pressione fiscale; ed a quanto ammonteranno le maggiori entrate legate all’extragettito. Al momento, sono state stimate in quasi 6 miliardi e mezzo: i due terzi della manovra. Quest’anno, il «tesoretto» è stato più del doppio; ma interamente assorbito da maggiori spese. Il cui livello complessivo, però (oltre alla crescita di quelle correnti dello 0,1%), si potrà scoprire solo con la Rpp. Intanto, la manovra è passata, dopo il consiglio dei ministri, da 11 a quasi 11,5 miliardi.
Nella sostanza, della legge finanziaria finora si conoscono soltanto quelle misure destinate a far recuperare consenso al governo: dal milione di alberi che verranno piantati al bonus una tantum per chi dichiara un reddito intorno ai 625 euro al mese. Il resto è avvolto nel mistero.
Così come sarebbe dovuta restare nell’ombra la norma del decreto legge che attribuiva un sostanzioso finanziamento alla Biblioteca europea di Milano (50 milioni) ad integrazione della dotazione di 15 milioni all’anno. La Biblioteca è presieduta da Antonio Padoa-Schioppa, fratello del ministro. Sono le due di notte fra venerdì e sabato quando Fabio Mussi si accorge della norma. Nella sua proverbiale schiettezza toscana, il ministro dell’Università rimprovera (i termini usati non erano proprio garbati) la scelta del collega dell’Economia. «Non voglio approfondire i gradi di parentela che legano il presidente della Biblioteca al ministro dell’Economia», avrebbe detto con un pizzico di ironia. E quei 50 milioni vengono dirottati verso Rosy Bindi e Arturo Parisi, che riesce così ad annullare in buona parte i tagli alla Difesa.
Nella notte, i ministri si ribellano a Vincenzo Visco ed alle sue assunzioni di personale per le Agenzie fiscali (Dogane ed Entrate) e Guardia di Finanza. Assunzioni che avevano una copertura automatica: i costi si sarebbero dovuti alimentare dalla maggiore evasione individuata dai neo-assunti. Amato blocca l’operazione e tampona i tagli alle Forze dell’ordine (eccezion fatta per il 10% degli straordinari). Attenuati anche i risparmi nel pubblico impiego. Palazzo Chigi, poi, si oppone alla norma che creava un ufficio della Ragioneria generale dello Stato presso la Presidenza del consiglio.
Così come Antonio Di Pietro dichiara battaglia al suo collega Alessandro Bianchi. Il ministro dei Trasporti ha introdotto norme che prevedono affidamenti senza gara per i collegamenti veloci fra la Calabria e la Sicilia. Analoghi affidamenti senza gara sono previsti per lo studio della trasformazione dei Monopoli di Stato in Agenzia dei Giochi.
Nel decreto legge, poi, viene introdotto uno spoil system ad personam. Per rimuovere un dirigente viene riorganizzato tutto il ministero dell’Ambiente.
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giovedì 30 agosto 2007
I tagli alle tasse? Non ci sono più

di Fabrizio Ravoni - giovedì 30 agosto 2007
Roma - Tommaso Padoa-Schioppa ha ieri rivelato ai suoi viceministri e sottosegretari riuniti al ministero di avere due punti fermi per la prossima legge finanziaria: il Dpef e la tregua fiscale. Ed è fiducioso che dai ministeri arriveranno sufficienti indicazioni per tagliare la spesa. «Nel complesso - confidano i partecipanti all’incontro - Padoa-Schioppa ha in mente una manovra soft», 10-15 miliardi al massimo. Argomenti poi affrontati a cena a Palazzo Chigi con Romano Prodi. E ciò è reso possibile grazie al reale andamento delle entrate e ad una «dimenticanza» del Dpef: il cosiddetto «quadro programmatico» sul quale disegnare la manovra.
La dimenticanza. Nel Dpef è presente solo il quadro a legislazione vigente. Esso indica per il 2007 entrate complessive (fiscali e contributive) per 715,4 miliardi di euro; e per il 2008 per 742,8: l’incremento del 3,8% è legato all’andamento nominale dell’economia. Il ministero dell’Economia, però, ha comunicato che quest’anno le entrate sono già arrivate a 720 miliardi (e potrebbero crescere ancora). Ne consegue che se al livello a cui sono giunte si applica l’incremento legato all’andamento nominale dell’economia (con l’aggiunta di un quoziente di elasticità), le entrate per il 2008 a legislazione vigente arriverebbero a 752 miliardi di euro; o, forse, addirittura a 760 miliardi di euro, nel caso in cui il gettito di quest’anno dovesse ulteriormente salire fino a sfiorare i 730 miliardi. E qui arriviamo alla «dimenticanza». I 752 o i 760 miliardi di gettito a legislazione vigente verrebbero fatti coincidere dal ministero dell’Economia con il gettito programmatico per il 2008.
I motivi. In questo modo, il ministro ha ragione a puntare sulla «tregua fiscale». «Non ci saranno maggiori tasse con la finanziaria», ha detto Padoa-Schioppa. Il quadro a legislazione vigente delle entrate, quindi, deve coincidere con quello programmatico. Per via «spontanea», il gettito crescerà il prossimo anno di una cifra compresa fra i 10 e 18 miliardi. Vale a dire, la differenza fra l’andamento reale a legislazione vigente del gettito e il dato fissato dal Dpef. Insomma, senza toccare alcuna leva tributaria, Padoa-Schioppa si trova già in cassa le risorse per soddisfare almeno metà, se non di più, delle maggiori spese indicate dal Dpef (21 miliardi).
La manovra. Grazie al giochetto di far coincidere il gettito a legislazione vigente con quello programmatico (segreto che il ministero dell’Economia custodisce meglio della ricetta della Coca-Cola), Padoa-Schioppa deve recuperare 10-15 miliardi di euro: «una manovra soft», come la definiscono i sottosegretari che hanno partecipato alla riunione di ieri. E la maggior parte di questi risparmi, il ministro la attende dai consigli che entro il 10 settembre gli dovranno far pervenire i colleghi di governo: un miliardo a dicastero. Mentre lo scambio suggerito dalla Confindustria fra riduzione degli incentivi alle imprese con punti di Ires dovrebbe essere a saldo zero. Rischia di allontanarsi, poi, l’idea di una riduzione delle aliquote Ici; semprechè non vengano ritoccati gli estimi catastali. Ieri, per esempio, di Ici non si è parlato nel vertice al ministero.
Crescita. A rendere difficile, se non impossibile, la concessione di agevolazioni fiscali sulla prima casa ed altre riduzioni fiscali è l’andamento della crescita. Per il 2008, il governo ha stimato una crescita dell’1,9% per centrare l’obbiettivo di deficit del 2,2%. Il Centro studi della Confindustria non fa proiezioni sul prossimo anno, ma rileva che quest’anno l’aumento del Pil non sarà del 2%, ma si fermerà all’1,8%. L’Isae, invece, stima per il prossimo anno una crescita dell’1,8%; la Banca d’Italia e l’Ocse all’1,7%. Ma le previsioni erano precedenti alla flessione sull’economia internazionale prodotta dalla crisi dei mutui americani. Al ministero dell’Economia le stime non sono ancora pronte; ma c’è una corrente di pensiero che vorrebbe fissare l’aumento del Pil fra l’1,5 e l’1,7%. In tal caso, il deficit dal 2,2 previsto passerebbe al 2,3-2,4%. E Padoa-Schioppa dovrebbe portare la manovra a sfiorare i 20 miliardi.
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martedì 3 luglio 2007
Pensioni, ora Rifondazione minaccia la crisi


di Laura Cesaretti - martedì 03 luglio 2007
Roma - La trattativa è ancora in alto mare, e la questione dell’età pensionabile resta per il governo una mina che per il momento nessuno è ancora riuscito a disinnescare.
Sullo «scalone», infatti, si stanno coagulando due fronti contrapposti dentro l’Unione: da una parte la sinistra che ne reclama l’abolizione, dall’altra i «riformisti», con la leadership virtuale di Walter Veltroni, che giudicano necessario e non più rinviabile l’adeguamento del sistema previdenziale ai nuovi trend demografici, come ha chiaramente spiegato Massimo D’Alema. E nel mezzo c’è Romano Prodi, che cerca una strada per non rimanere stritolato dallo scontro interno.
Ieri il ministro radicale Emma Bonino (che con D’Alema ha un ottimo rapporto politico) ha dato il via al fuoco di sbarramento dalla «destra» dell’Unione: «Dobbiamo tenerci lo scalone, se passa l’ipotesi dei 58 anni voto contro, per tentare di impedire al governo un grave errore». E ha ricordato a Prodi che qualsiasi modifica della riforma Maroni «deve trovare una maggioranza che la voti in Parlamento». Col sottinteso che, allo stato dei fatti, quella maggioranza è assai difficile. Poco dopo si è fatto sentire un altro ministro, Antonio Di Pietro: «A 60 anni le persone sono ancora in piena efficienza psico-fisica, e non possono gravare sulle spalle delle generazioni future». Una bocciatura preventiva dell’ultima proposta di mediazione avanzata dal ministro del Lavoro Damiano, che in pratica accoglie l’ipotesi avanzata dalla Cgil: si annulla lo scalone, rinviandolo di tre anni, e si introducono incentivi modulati per chi decide di restare al lavoro oltre i 58 anni. Una vistosa marcia indietro rispetto alla linea tenuta dal governo la scorsa settimana, quando il tavolo di trattativa con i sindacati era saltato. Ai suoi interlocutori della sinistra radical, il premier aveva spiegato di non poter accettare l’ipotesi scalino 58 anni più incentivi «per ragioni politiche prima che contabili»: una simile mediazione al ribasso sarebbe stata letta come il definitivo cedimento alle pressioni dell’ala massimalista della coalizione e avrebbe scatenato contro un governo già precario le critiche di tutta la grande stampa. Ma Franco Giordano e i suoi hanno spiegato al premier che per Rifondazione la drastica riduzione dello scalone è «l’ultima frontiera», e che i parlamentari Prc non avrebbero votato neppure la fiducia, se il governo (come chiedeva la Cgil) l’avesse posta su un accordo al ribasso firmato dai sindacati.
Se qualcuno pensa che non facciamo sul serio, ha capito male», spiega il capogruppo Prc Migliore. «Su questo fronte siamo veramente determinati. E mi pare che Prodi lo abbia capito». Il timore di Rifondazione in realtà è tutto politico: ossia che una parte della maggioranza, con il Partito democratico di Veltroni, D’Alema e Rutelli in testa, voglia usare le pensioni per regolare i conti con la sinistra radicale. Spingere il governo alla linea dura, spaccare la nascente «Cosa rossa» dentro la quale Verdi e Sinistra democratica sono più disposti al compromesso e isolare i duri del Prc e del Pdci. Magari fino a spingerli verso «un esito da ’98», quando Bertinotti fece saltare il primo governo Prodi. «Vogliono sconfiggerci sull’unico fronte dal quale non possiamo arretrare», è il timore dei vertici Prc. Per poi varare assieme a una parte della Cdl una nuova legge elettorale che tagli le gambe ai piccoli partiti, e accelerare la discesa in campo di Veltroni.
Di fronte al rischio di veder saltare la maggioranza a sinistra, il premier ha ceduto sugli incentivi e sul rinvio di tre anni, nonostante le resistenze di Padoa-Schioppa. E ieri dai sindacati e dalla sinistra si è levato un coro di voci ottimiste: «Un passo avanti straordinario, l’accordo mi sembra vicino», dice il ministro Bianchi a nome del Pdci. Ma dal Prc e dalla Fiom (che reclama lo sciopero generale) si leva un nuovo stop: Migliore chiede che dallo «scalino» dei 58 vengano esentati tutti gli operai, ma in realtà il punto inaccettabile è un altro: «Il trucco della proposta Damiano sta nel fatto che se fra tre anni, grazie agli incentivi, non si produce lo stesso risparmio pensionistico previsto dallo scalone, l’età pensionistica viene automaticamente innalzata», dicono dal suo partito. E la chiusura dell’accordo si allontana.
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