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giovedì 15 novembre 2007

Welfare: rottura nel centrosinistra


di Antonio Maglietta - 15 novembre 2007

«Ci sono problemi su i tre nodi principali: l'articolo 1, l'articolo 9, l'articolo 11 dove c'è la necessità di trovare una sintesi nella maggioranza e una coerenza con lo spirito dell'accordo'». Lo ha affermato il presidente della commissione Lavoro nonché esponente di primo piano dei Comunisti Italiani, Gianni Pagliarini, spiegando che i punti «critici» del disegno di legge riguardano l'articolo 1, e cioè gli scalini previdenziali che dovrebbero sostituire lo scalone Maroni, l'articolo 9, sulle deleghe al governo per il mercato del lavoro (servizi per l'impiego, incentivi all'occupazione e apprendistato) e l'articolo 11, sulla modifica alla normativa sui lavori con contratto a termine.

Nella mattinata di mercoledì gli articoli in questione sono stati accantonati in commissione Lavoro alla camera, in attesa di essere discussi in tempi migliori, sempre se arriveranno. Non c'è accordo tra riformisti e radicali all'interno del centrosinistra e la spaccatura è molto più profonda di quello che possa apparire. I partiti della sinistra massimalista rischiano di perdere la faccia se il disegno di legge passasse così come è senza le modifiche al tetto dei lavori usuranti e alla normativa dei contratti a termine. Questo lo sanno fin troppo bene e, quindi, sul punto hanno alzato le barricate. Sui lavori usuranti «c'è un vincolo e su questo non transigo: abbiamo stanziato tre miliardi, lo stanziamento è quello, niente di più, niente di meno. In funzione del vincolo il diritto soggettivo può essere esercitato radicalmente». Così il Ministro del lavoro, Cesare Damiano, intervenendo martedì scorso al convegno Business International in svolgimento a Roma, che puntualizza che sui lavori usuranti di cui si discute all'interno del protocollo sul welfare, è previsto il vincolo dello stanziamento di tre miliardi di euro. «Non si sta facendo una trattativa sui turni, ma una trattativa tra coloro che sono usurati», spiega Damiano. Il ministro ha ricordato che sui lavori usuranti è prevista una delega e se non si trovasse «l'accordo adesso, c'è la delega così si può avere più tempo dopo» per discutere. Immediata la replica del Ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero: «I diritti soggettivi o ci sono o non ci sono», spiega, e quindi «fissare un tetto numerico o in questo caso di risorse da destinare ai lavori usuranti non è un modo per garantire i lavoratori».

La rottura politica è palese e a dirlo sono gli stessi esponenti del centrosinistra; il centrodestra certifica lo stato di fatto: «La maggioranza è ormai nel pallone, e cerca di sfuggire al confronto politico e parlamentare in commissione, non tanto con l'opposizione, quanto al proprio interno, dove vive spaccature drammatiche e contraddizioni al limite del ridicolo», dicono Baldelli e Fabbri, componenti del partito azzurro nella commissione Lavoro di Montecitorio. Se il vertice tra i rappresentanti della maggioranza parlamentare ed il governo, fissato per giovedì, non dovesse sciogliere i nodi sui lavori usuranti e la normativa sui contratti a termine, su cui si sono concentrati la maggior parte degli emendamenti, c'è chi, nella maggioranza, prevede che si possa arrivare all'inserimento della riforma pensionistica in Finanziaria alla Camera. Si eviterebbe così l'entrata in vigore dello scalone Maroni e si guadagnerebbe tempo per trovare un'intesa nell'Unione e sciogliere le difficoltà emerse nella traduzione in legge del protocollo. Tuttavia, sia l'onorevole Del Bono (relatore del provvedimento in commissione Lavoro) che il Ministro per i rapporti con il Parlamento Vannino Chiti hanno messo le mani avanti ed hanno già risposto con un secco no alla proposta.

Il problema però è ab origine e cioè che il disegno di legge che recepisce il protocollo sul welfare del 23 luglio scorso (A.C. 3178), così come è, non piace né al centrodestra né al centrosinistra. Infatti in commissione Lavoro alla Camera sono stati presentati 485 emendamenti poi scesi a 335 dopo la scure del vaglio di ammissibilità: 179 da parte della CdL e ben 156 da parte del centrosinistra. I numeri, meglio di tante parole, fotografano la profonda insoddisfazione degli stessi partiti della «ei fu» Unione nei confronti di un documento che nelle Istituzioni viene difeso a spada tratta solo dal ministro Damiano.

Antonio Maglietta

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sabato 3 novembre 2007

Protocollo sul welfare: ancora privilegi per i sindacati




di Antonio Maglietta - 3 novembre 2007

Il famoso protocollo sul welfare, sottoscritto tra governo e parti sociali il 23 luglio scorso, è stato finalmente tradotto in un disegno di legge (A.C. 3178) ed assegnato, in sede referente, alla commissione Lavoro della Camera, prima di approdare in Aula per il voto, per poi essere successivamente trasmesso al Senato. Nel testo del disegno di legge ci sono le note questioni sugli scalini previdenziali, che dovrebbero sostituire lo scalone Maroni per la modica cifra di 10 miliardi di euro, e il provvedimento che prevede che se il rapporto di lavoro tra lo stesso lavoratore e lo stesso datore di lavoro superi la durata complessiva di 36 mesi, per effetto di successione di contratti a termine, e compresi proroghe e rinnovi, lo stesso si dovrà considerare a tempo indeterminato. A tal riguardo è prevista un'eccezione qualora la stipula avvenga, per una sola volta, presso la competente Direzione provinciale del lavoro e con l'assistenza di un rappresentante di una delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale cui il lavoratore sia iscritto o conferisca mandato. Un vero e proprio regalo ai sindacati confederali visto che lo stesso ruolo di assistenza al lavoratore, in teoria, potrebbe essere rivestito anche da avvocati e consulenti del lavoro, che certo non hanno una sensibilità minore, rispetto ai sindacalisti, sul tema della difesa degli interessi dei lavoratori. A voler pensare male, si potrebbe scorgere nel provvedimento una sorta di aiuto governativo ai sindacati sul versante della fidelizzazione dei giovani lavoratori, i più riottosi, a ragione, a farsi la tessera sindacale. Basterebbe pensare alla questione previdenziale per capire i motivi della disaffezione, con i sindacati che difendono a spada tratta un meccanismo che vede i giovani lavoratori, inseriti nel sistema contributivo, pagare la pensione di chi è in quello retributivo, senza avere la sicurezza di avere un trattamento pensionistico decente.
Secondo i dati forniti dall'Eurobarometro (si veda il grafico), l'età media dei lavoratori italiani iscritti al sindacato è la più alta in Europa: quarantaquattro anni, ben quattro in più della media europea.

Inoltre, quasi il 50 per cento degli iscritti non è un lavoratore, mentre in Francia e Germania, la percentuale è del 20 per cento (dato tratto da Tito Boeri, Agar Brugiavini e Lars Calmfors, The Role of Unions in the Twenty-first Century, Oxford, 2001). Molti iscritti al sindacato, quindi, o sono lavoratori anziani o sono già in pensione. Alla luce di questi dati l'operazione «fonte della giovinezza» sarebbe una vera e propria manna dal cielo per i vecchi sindacati confederali: da Villa Arzilla a Gardaland. Abbiamo visto quindi che i sindacati, grazie all'aiuto del governo, potranno ringiovanire, avere più tessere e quindi ritrovare il sorriso.
Chi piange? Un po' tutti gli altri, ma secondo l'area comunista del centrosinistra a piangere dovrebbero essere i famigerati ricchi (che poi nessuno ha ancora capito a quale livello di reddito considerino una persona ricca). Detto, fatto. L'articolo 5 prevede che, per il solo anno 2008, ai trattamenti pensionistici, complessivamente superiori otto volte al trattamento minimo Inps, non sia concessa la rivalutazione automatica delle pensioni. Inoltre, sempre per il solo anno 2008, tale limite (8 volte il trattamento minimo Inps) è imposto, in generale, anche alla sommatoria del trattamento pensionistico con la rivalutazione automatica. E' un provvedimento di chiara matrice illiberale, inutile sotto il profilo del contenimento della spesa pubblica e, soprattutto, incostituzionale perché palesemente in contrasto con la previsione dell'articolo 3 della Costituzione («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese»).
Il concetto da tenere in considerazione è che, secondo la Carta Costituzionale, tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge senza distinzione di condizioni personali e sociali. La rivalutazione economica delle pensioni non è un atto discrezionale, ma un automatismo, e non rientra neanche nella previsione dell'art. 53 della Costituzione («Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività») che rappresenta, per certi versi, il limite del Legislatore nelle politiche attive di redistribuzione del reddito. Ma cosa è l'articolo 3 della Costituzione dinanzi alle richieste dei partiti dell'area comunista del centrosinistra che chiedono che anche i ricchi piangano, anziché pensare a come dare ai poveri la possibilità di essere ricchi? Nulla, carta straccia. La Costituzione viene citata, e male, solo quando serve, a proprio uso e consumo.

Antonio Maglietta

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martedì 16 ottobre 2007

Prodi tradisce i sindacati


di Antonio Maglietta - 16 ottobre 2007

Romano Prodi ha deciso di tradire i sindacati confederali. A chi gli chiedeva, nei giorni scorsi, se alla fine avrebbe ceduto alle richieste dei massimalisti del centrosinistra sulle modifiche al protocollo sul welfare, rispondeva serafico: «Pacta sunt servanda». Nonostante queste dichiarazioni, il governo ha deciso di modificare unilateralmente parte del contenuto dell'accordo. E non si tratta certo di modifiche di poco conto, come sta cercando di far credere certa stampa «amica»: è saltato il tetto numerico sui lavori usuranti e, soprattutto, viene irrigidito il contratto a termine, per cui, a differenza della prima versione, sarà possibile un solo rinnovo a termine dopo 36 mesi. Certamente si tratta di un vero e proprio schiaffo dato a tutti quelli che avevano appoggiato politicamente il protocollo così com'era. Il ceffone ha colpito soprattutto i sindacati confederali, che avevano sottoscritto quel testo d'intesa ed avevano messo in gioco la loro stessa credibilità per difenderlo a spada tratta.

Dopo aver vinto con percentuali bulgare il referendum tra i lavoratori, i confederali si aspettavano che l'accordo fosse recepito, senza troppi traumi, anche dal Consiglio dei ministri, e quindi tradotto da subito in disegno di legge da presentare in Parlamento (con tutta probabilità alla Camera). Invece no, è successa la cosa che più temevano i leaders della «Triplice»: il sindacato è stato scavalcato a sinistra, con l'aggravante che questo è avvenuto per opera di due partiti della coalizione che sostiene il governo: Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani. La conseguenza palese è che i sindacati confederali sono stati delegittimati dai partiti della sinistra massimalista, ma anche dallo stesso Prodi, sotto due aspetti: nel ruolo di difensori degli interessi di tutti i lavoratori e nel titolo di rappresentanti di questi stessi interessi.

A questo punto un lavoratore con simpatie a sinistra potrebbe benissimo pensare che il sindacato sia inutile, o che tratti con la logica del «governo amico», o alla meglio sia inefficiente, perché non è riuscito a strappare un accordo migliore, come invece hanno dimostrato benissimo che si poteva fare i partiti di Franco Giordano e Oliviero Diliberto. E che cosa penserà a questo punto Epifani, leader della Cgil, colui che più si è esposto e più ha rischiato su questa vicenda e per difendere l'accordo (e lo stesso governo Prodi) ha dovuto subire gli strali dei contestatori e la storica spaccatura politica all'interno della sua confederazione da parte della Fiom?

Non è da meno la ripercussione del tradimento di Prodi sul tema della rappresentanza dei sindacati confederali, sulla quale in Italia si dovrebbe fare una profonda riflessione. Oggi la «Triplice», anche alla luce degli ultimi eventi, è davvero rappresentativa degli interessi dei lavoratori attivi, oppure lo è solo dei pensionati, vista anche la composizione dei suoi iscritti? A questo punto è giusto che i sindacati confederali siedano al tavolo delle trattative con il governo, parlando a nome di categorie che non rappresentano, come ad esempio i giovani lavoratori? E se al governo non è bastato il voto quasi plebiscitario dei lavoratori sindacalizzati per legittimare politicamente il protocollo sul welfare, allora che senso ha avuto indire una consultazione referendaria come quella dei giorni scorsi?

Tutto questo, ovviamente, dà per scontato il fatto che un esecutivo serio e degno di questo nome, una volta sottoscritti degli accordi, alla fine cerchi di rispettarli a tutti i costi. Tuttavia, in quest'anno e mezzo di governo di centrosinistra si è promesso, anche solennemente, tutto ed il contrario di tutto per poi fare nulla, o alla meglio la cosa peggiore. Quindi l'ultimo voltafaccia, benché molto grave nell'ottica dei rapporti con le parti sociali, non fa altro che cristallizzare l'assoluta mancanza di credibilità di ci sta governando. Perciò la vera novità non è il tradimento dei patti sottoscritti e la mancanza di credibilità del governo; quella semmai è una conferma. La novità, invece, è che i leaders del centrosinistra, Prodi in testa, pur di restare attaccati alle poltrone non guardano in faccia neanche gli (ex?) amici della «Triplice». Forse dalle parti di Palazzo Chigi, incuranti del fatto che la vicenda rappresenti un colpo mortale alla credibilità degli stessi sindacati confederali, avranno pensato: «Mors tua, vita mea».

Antonio Maglietta

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http://www.ragionpolitica.it/testo.8451.prodi_tradisce_sindacati.html

lunedì 15 ottobre 2007

Welfare, Bonanni sbotta: "Modifiche oppure sarà un autunno caldo"


di Redazione - lunedì 15 ottobre 2007

Roma - Nessun "cedimento". A nessuna delle componenti della maggioranza. La presa di posizione del premier Romano Prodi, che spiega in una lettera i ritocchi al protocollo sul Welfare, è netta. Per il premier chi parla di "cedimenti e prezzi pagati", fa delle analisi "faziose". Secondo Prodi invece "le critiche non tengono semplicemente conto del fatto che il governo ha dovuto compiere un lavoro complesso per tradurre un accordo politico in un disegno di legge, formulato nel rispetto delle esigenze della formula legislativa e sempre tenendo presenti le doverose coperture finanziarie". Per il premier il governo "non poteva non tener conto di adattamenti richiesti dagli uffici legislativi. Si tratta, e non mi stancherò mai di ripeterlo, di variazioni marginali rispetto a un impianto corposo di un disegno di legge, che una volta approvato dalle Camere, migliorerà decisamente le politiche del lavoro di questo paese". Infine il premier risponde alle critiche delle parti sociali: "Le incontremo al più presto, spero domani stesso, per esaminare uno per uno i punti controversi".

Incontri I leader di Cgil, Cisl e Uil, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti vedono oggi a pranzo il premier Romano Prodi per cominciare a discutere le modifiche al protocollo sul welfare decise venerdì dal consiglio dei ministri. Questa mattina, il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, ha già incontrato il direttore generale di Confindustria, Maurizio Beretta. Non è ancora confermata, invece, la riunione tra i vertici dell’associazione di viale dell’Astronomia e il presidente del Consiglio, che potrebbe tenersi stasera.

Mussi: ridiscutere alcuni punti "Ho visto che Confindustria si è arrabbiata per le modifiche sui contratti a tempo determinato. Viviamo in un paese in cui le forme di lavoro temporaneo sono così tante che Confindustria non dovrebbe lamentarsi troppo". Dice il ministro per l’Università, Fabio Mussi. "Mi era sembrato di cogliere - ha aggiunto Mussi, che partecipa all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Torino - qualche miglioramento rispetto al protocollo sul precariato e sui lavori usuranti. Vedo che i sindacati hanno notato che nella parte sulle pensioni c’è un arretramento, in tal caso bisogna fare quelle correzioni che eventualmente risolvano la questione".

Bonanni: non si tocca "O si riattaccano i pezzi del vaso rotto o si apre un autunno davvero caldo, e sarà la Cisl ad indicare la possibilità di arrivare al punto di mettere fuoco sulle vicende sindacali". Lo ha affermato il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, parlando dell’accordo sul welfare. "È davvero sgradevole, ad ore dal risultato elettorale - ha proseguito Bonanni - che il governo parli di piccole modifiche. Sono 15 importanti modifiche e riguardano questioni importanti dell’accordo. Non è possibile che a poche ore dall’accordo ci siano modifiche così vistose. Uno sberleffo, uno schiaffo in pieno viso al sindacato e ai lavoratori, quasi che taluni, di fronte al successo della consultazione, alla fine ritengano: chi comanda siamo noi e l’accordo lo modifichiamo come a noi piace. Non ho mai visto una cosa del genere e tanta insipienza - ha detto ancora il leader della Cisl - come se in quel consiglio dei ministri si fosse detto: a noi di quello che dicono questi del sindacato non ce ne frega niente". "In ossequio ai problemi di maggioranza - ha sostenuto Bonanni - si scavalcano sindacati, lavoratori, consultazione, parola data. È veramente grave, ed è inutile che Prodi minimizzi. Deve finire questa storia che, oltre al sindacato, ci sono tutori del mondo del lavoro e ci sono alcuni che hanno la specializzazione, anzi il tutoraggio da esercitare sul mondo del lavoro, al punto che sono l’ultimo termine di verifica che decide se le cose vanno bene o vanno male a scavalco del sindacato. La Cisl non ci sta, e non ci stanno neanche Cgil e Uil".

Confindustria: punti da rivedere "Sono temi estremamente seri, come Confindustria abbiamo dichiarato disappunto per quanto sta avvenendo. Mi auguro che si possa ritornare allo spirito e ai contenuti dell’accordo". Lo ha detto Marco Tronchetti Provera, presidente della Pirelli, delle modifiche apportare al protocollo di luglio sul welfare. "Era già stato fatto uno sforzo - ha aggiunto Tronchetti - per arrivare a un punto di equilibrio. Quando si raggiunge un punto di equilibrio e poi ci si ritrova ulteriori forzature questo interessa tutto il mondo delle imprese. Le variazioni non sono marginali".


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http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=213362

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