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domenica 16 dicembre 2007

Stranieri, abbuffata clandestina



di Francesca Angeli - domenica 16 dicembre 2007

da Roma

Un milione, almeno, di richieste di assunzione di stranieri e appena 170.000 posti di lavoro disponibili, quelli fissati col decreto flussi 2007. Soltanto nella giornata di ieri il sistema informatico del ministero dell’Interno in 12 ore, dalle ore 8 del mattino alle 20, aveva già ricevuto 352.955 domande di assunzione. Ed era la prima tranche. Se nelle prossime due tranche, fissate per il 18 e il 21 dicembre, l’afflusso delle domande (come è prevedibile visto che sono già stati scaricati dalla rete 700.000 moduli) procederà con lo stesso ritmo si arriverà al minimo ad un milione di richieste. Che cosa succederà delle circa 8-900.000 che resteranno fuori? Al Viminale attraverso la rete arriveranno tutti i dati, i numeri, gli indirizzi dietro ai quali ci sono migliaia di volti, persone reali che chiedono lavoro accanto ad altre che lo offrono. E con tutta probabilità si tratterà per la maggior parte di stranieri che già lavorano sul nostro territorio in modo irregolare e privi di permesso.
Insomma da oggi il governo ha un problema in più che difficilmente potrà far finta di non vedere. La risposta potrebbe essere quella di riaprire subito i flussi con un nuovo decreto come richiesto da patronati e sindacati.
Il Viminale si era organizzato per fare fronte all’assalto telematico ma nonostante l’apparato messo in piedi non sono mancate le difficoltà e gli intasamenti. E le proteste. Soprattutto da parte dei patronati e dei sindacati che si erano preparati ad inviare centinaia di domande in blocco e che invece, denunciano, si sono visti scavalcati dalle domande dei privati. Durissima la protesta delle Acli, di Cgil, Cisl, Uil e delle associazioni dei consumatori, che chiedono già di rivedere le graduatorie e comunque di riaprire i flussi. Il Viminale replica che tutto è avvenuto senza intoppi critici e soprattutto senza assegnare corsie preferenziali a nessuno. Comunque il governo specifica che delle 352.995 domande 162.572 sono quelle inviate dai singoli cittadini e 190.423 quelle di patronati e associazioni.
Ma vediamo le cifre. Ieri era possibile richiedere l’assunzione di stranieri provenienti da uno dei 14 paesi che hanno stipulato accordi bilaterali con il nostro. I posti a disposizione per questo settore sono 47.100. Il Viminale stima che le domande saranno alla fine 380.000. Quindi soltanto uno su otto raggiungerà il traguardo. Il maggior numero di richieste è arrivato per il Marocco, 97.085; Bangladesh, 55.070; Moldavia 31.286. Le richieste riguardano il lavoro domestico (206.938) o subordinato in genere (146.057). La prima domanda è arrivate alle ore 8 un secondo e 134 millesimi. Il sistema messo a punto dal ministero ha gestito all’incirca 9.600 connessioni al minuto. In molti hanno lamentato l’eccesso di attesa per la conferma dell’avvenuta ricezione da parte del sistema ma il Viminale replica che a parte qualche lentezza «il sistema ha retto».
Adesso si preparano altre due giornate di passione. Il 18 toccherà alle domande di assunzione per badanti e colf di nazionalità diverse dalle 14 di ieri. Anche qui si prevede l’arrivo di almeno 300.000 richieste per soli 65.000 posti disponibili. Infine il 21 dicembre toccherà a tutte le restanti tipologie di lavoro e soprattutto alle domande di conversione del permesso di soggiorno per tutte le nazionalità. Chi è entrato nel nostro Paese con un visto turistico o per studio potrà chiedere il cambio con quello di lavoro.
Già sul piede di guerra patronati e sindacati. L’Arci parla di «situazione gravissima» e di «sistema inadeguato». La Cisl invece segnala come la lunghezza di alcuni nomi dello Sri Lanka, abbia mandato in tilt il sistema di accettazione.
Alle critiche piovute sul Viminale replica il prefetto Mario Morcone, capo Dipartimento per l’immigrazione. «La sproporzione tra le quote offerte e le domande ricevute è un problema che non appartiene all’amministrazione - dice Morcone -. Noi abbiamo lavorato con serietà e onestà per mettere il presidente della Repubblica nelle stesse condizioni di ogni singolo cittadino».
Tocca al sottosegretario all’Interno, Marcella Lucidi, sottolineare che esiste un problema politico da risolvere che nasce dalla «sproporzione tra il fabbisogno occupazionale che esprimono le famiglie e le imprese italiane e le quote numeriche dei flussi».

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Speciale, rimozione illegittima: "Eccesso di potere del governo"



di Anna Maria Greco - domenica 16 dicembre 2007

da Roma

L’opposizione ne chiede le dimissioni, la maggioranza evita di difenderlo. È in questo clima che Tommaso Padoa-Schioppa si presenta alla Camera per riferire sul caso Speciale, dopo la clamorosa sentenza del Tar del Lazio che dà ragione al generale e torto al governo.
Il ministro dell’Economia preannuncia un probabile ricorso al Consiglio di Stato da parte di Palazzo Chigi, ma l’imbarazzo gli impedisce di entrare nel merito della vicenda. Proprio lui che al Senato usò toni durissimi contro il comandante della Guardia di finanza, appena rimosso dal suo incarico per le accuse reciproche con il viceministro Vincenzo Visco.
Il governo, dice il ministro, intende «esercitare pienamente le proprie prerogative nell’interesse del Paese», anche se la sentenza del Tar è ancora allo studio della presidenza del Consiglio e dei ministeri della Difesa e dell’Economia» e ancora deve essere presa una decisione. Che comunque, sarà ispirata a due principi-guida: «massimo rispetto per magistratura amministrativa e per le sue deliberazioni; massima cura e attenzione al corpo della Guardia di finanza e alla sua esigenza di esercitare in piena serenità, con un chiaro comando, in condizioni di certezza». Una condizione che da mesi viene negata alle Fiamme gialle.
Che il governo riferisse al Parlamento il centrodestra lo ha chiesto subito dopo la notizia della sentenza del Tar e in molti hanno preteso la testa di Padoa-Schioppa e di Visco insieme a lui.
«La destituzione del comandante della Guardia di finanza è stato un atto illegittimo degno di un regime sudamericano. La revoca delle deleghe al viceministro a questo punto risulta un provvedimento inadeguato. Soltanto le sue dimissioni irrevocabili possono ristabilire serenità istituzionale», dice Isabella Bertolini di Fi. Per il leghista Roberto Calderoli «Speciale è solo la punta dell’iceberg del disastro e degli abusi di questo governo, ma chi si è reso responsabile di questo caso non può che dimettersi. Padoa-Schioppa go home!». Più cautela nell’Udc: Mario Baccini dice di aspettarsi «almeno le scuse ufficiali del ministro dell’Economia» a Speciale, la cui «integerrima onorabilità, qualcuno ha tentato di scalfire con l’arte sottile della calunnia».
Nella maggioranza l’Italia dei valori, che ha sempre difeso il generale, ora può dire: «L’avevamo detto. Se il governo ci ascoltasse eviterebbe certe figuracce!». Lanfranco Tenaglia del Pd invita ad aspettare il verdetto del Consiglio di Stato. Solo il verde Angelo Bonelli e Antonello Soro del Pd non rinunciano a rilanciare, ricordando che c’è un’inchiesta in corso sulle «vacanze» di Speciale con mezzi dello Stato.

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lunedì 8 ottobre 2007

Referendum sul welfare. Rizzo: "Ho le prove di brogli"


di Redazione - lunedì 08 ottobre 2007


Roma –
Ha preso il via il referendum sull’accordo tra governo e parti sociali sul welfare del 23 luglio. I seggi aperti in tutto il Paese sono più di 30mila e, nelle previsioni, dovrebbero votare almeno cinque milioni di lavoratori dipendenti, pensionati e precari. Si voterà fino alle 14 di mercoledì prossimo: risultati attesi per venerdì. Intanto, però, le polemiche non mancano. Ad accendere la miccia è l'esponente del Pdci Marco Rizzo, che parla di brogli.

Rizzo: "Nessun controllo in tanti seggi" Rizzo critica le modalità di voto del referendum, mettendo in guardia da una possibile manipolazione a favore del sì: "Ho prova - spiega in una nota - di troppi episodi in cui è stato possibile votare in più seggi, senza esibire documento alcuno e senza registrare il proprio nome. Li renderò senz’altro noti a breve, a dimostrazione che si vota senza alcun controllo in tanti seggi territoriali".

E' scontro nella maggioranza In seno alla maggioranza, intanto, si sta consumando uno scontro durissimo intorno al nodo Welfare. Il ministro per gli Affari regionali Linda Lanzillotta si dice “fiduciosa che prevarrà il buon senso e la volontà di innovazione tra i lavoratori”. Per Migliore (Prc), al di là del risultato, l’accordo deve essere cambiato: o in consiglio dei ministri o in parlamento. Ma il ministro dell’Università Mussi avverte: senza modifiche, in Cdm voto no. Ottimista anche Dario Franceschini: “Penso che sia buona volontà da parte di tutto - ha proseguito Franceschini - e come è avvenuto in questo anno e mezzo si trovi un’intesa che serva al paese”. “Tutto è migliorabile, ma è un buon accordo”, fa eco il ministro della Famiglia, Rosy Bindi. Solo “un dibattito paradossale”, invece, per Daniele Capezzone, presidente della Commissione attività produttive della Camera. E mentre la Cdl attacca la maggioranza,m mentre Confindustria ribadisce: "Il governo difenda il protocollo così com'è".

Prodi: "Spero vinca il sì" Sul protocollo del welfare "finché vengono segnali di distensione - dichiara Romano Prodi - la mia valutazione è ottima. Ho sempre pensato che si potesse e dovesse trovare un’intesa dopo la firma del protocollo, quindi lo continuo a pensare, indipendentemente dalle notizie che arrivano dall’Italia". Sul referendum dei lavoratori "spero - ha aggiunto - in un risultato positivo proprio perché la posizione dei lavoratori è stata definita un fatto importante e io credo che sia un fatto importante".

Mussi: “Sì alle modifiche, così com’è io non lo voto” “Secondo me vincerà il sì con una certa quantità di no” ha affermato il ministro Fabio Mussi, che ha sottolineato la necessità di superare “certe ruggini. Questo vuol dire che non si può stravolgere completamente il protocollo, ma non è una bestemmia qualche correzione migliorativa a favore dei lavoratori.. C’è una parte del governo - ha detto il ministro - che pensa che ciò sia necessario: il ministro Damiano, ad esempio, ha aperto ed anche Padoa-Schioppa non ha chiuso. Insomma credo che c’è una riflessione in corso”. Il protocollo, ha concluso Mussi, “è uno strumento e dobbiamo tradurlo in legge; nel momento in cui lo si fa, certe ruggini possono essere pulite”.

Migliore: “L’accordo va cambiato” Il protocollo sul welfare “va cambiato” e per questo “è indifferente” che ciò venga fatto “in Consiglio dei ministri o in parlamento”. Lo dice il capogruppo del Prc alla Camera, Gennaro Migliore. “Le nostre proposte di modifica sono giuste per affrontare i problemi - ha aggiunto - credo che potranno essere apprezzate dai nostri alleati, a parte qualche frangia di estremisti di centro”.

Urso: “Resa dei conti a sinistra” "La sinistra ha trasformato il referendum in una resa dei conti tra bolscevici e riformisti, una sorta di ottobre rosso che farà saltare il Governo”. E quanto ha sottolineato Adolfo Urso (An) secondo cui “il sindacato dovrebbe ribellarsi a questa evidente strumentalizzazione invece di apparire strumento e terreno di contesa. Dal canto nostro in parlamento faremo comunque le barricate per evitare ulteriori danni e cedimenti".

Brunetta: “Seguire il modello svedese” Il vicepresidente di Forza Italia, comparando il sistema svedese a quello italiano, propone “l’eliminazione della duplicazione dei servizi che caratterizza il nostro sistema statale con cattiva coscienza. Il cittadino deve sopperire a sue spese alle lacune che registrano le strutture statali. Inoltre ha aggiunto Brunetta - le protezioni sociali nel nostro Paese sono troppo costose per il servizio scadente che viene fornito".

Bonanni: "L'accordo non si tocca" Il protocollo del welfare non può essere modificato e la politica "deve stare lontana dal mondo del lavoro nell’interesse dei lavoratori". Ad affermarlo è il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, a margine di un’audizione in Senato, sottolineando che l’affluenza al referendum "va bene" e la "stragrande maggioranza della gente accetta l’accordo e lo sostiene".

Epifani: "Ci sono buoni segni di affluenza" E' soddisfatto per la partecipazione alla consultazione sul protocollo del welfare il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. "L’importante - ha aggiunto - è che ci sia una partecipazione alta, convinta, un voto consapevole: è una bella giornata per i lavoratori, per il sindacato e per il Paese".

Angeletti: "L'accordo cambia solo chi l'ha firmato" "L’accordo può sicuramente essere cambiato, ma da chi l’ha sottoscritto" ha detto il leader della Uil, Luigi Angeletti, ai microfoni di SkyTg24. "Se il governo, al proprio interno, fa un’altra trattativa per modificare questo accordo - ha detto il sindacalista - vuol dire che è assolutamente inaffidabile. Credo - conclude - che se la maggioranza delle persone va a votare facendo queste valutazioni c’è da essere ottimisti circa il risultato".

Confindustria: "Il governo difenda il protocollo" Il direttore generale di Confindustria, Maurizio Beretta, a margine dell’audizione sulla Finanziaria in corso al Senato ha auspicato che il governo presenti in Parlamento il protocollo così come è stato siglato, "e lo difenda così com'è", auspicando anche che sia approvato dai lavoratori. Beretta ha ricordato che il protocollo è parte integrante della manovra con dei contenuti relativi anche alla produttività e competitività: "Ha dei contenuti importanti - ha aggiunto - che completano la legge Biagi sul versante degli ammortizzatori. C’è una parte che riguarda le pensioni, che noi non condividiamo, che ma che abbiamo sottoscritto nella logica di accettare il documento nel suo complesso".

Il ministro Damiano: "No a modifiche" "Il segretario della Uil Luigi Angeletti ha ragione quando dice che al Senato il testo sul welfare potrebbe addirittura essere peggiorato", il ministro del Lavoro Cesare Damiano avverte la sinistra radicale. "E' meglio mantenere la strada tracciata. Suggerisco di non fare cambiamenti radicali perché si rischia di peggiorare la situazione... - aggiunge - anche perché al Senato c’è una maggioranza risicata".

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sabato 6 ottobre 2007

Il dossier che fa paura Dal caso de Magistris si arriva a Woodcock


di Gian Marco Chiocci - sabato 06 ottobre

Massimo Malpica

Da una prima lettura dei verbali d’«interrogatorio» del pm Luigi De Magistris era emerso un interesse specifico per la nota inchiesta su affari, politica e massoneria - denominata «Why Not» - da parte degli ispettori di via Arenula, sulla carta scesi tra Potenza e Catanzaro per indagare su ben altro. E ciò nonostante il Guardasigilli si fosse affrettato a smentire tale «interessamento» per un procedimento che vedeva Romano Prodi indagato e lui stesso intercettato. Le ulteriori dichiarazioni del pm catanzarese sui veleni alla procura di Catanzaro lasciano spazio, oggi, a ben altre, gravissime storie.

Il pm calabrese pedinato in Procura

Sono quelle relative ai colpi bassi nell’indagine «Toghe lucane» laddove de Magistris, titolare dell’inchiesta, nega di essere l’autore della costante fuga di notizie in danno di giudici e politici indagati, e confessa di esser stato addirittura pedinato fin dentro il palazzo di giustizia potentino. «Voglio precisare che si stanno verificando ai margini delle indagini che sto svolgendo in Basilicata una serie di fatti anomali. Sono stato destinatario di una sorta di “controllo” dei miei spostamenti all’interno degli uffici giudiziari di Potenza, parrebbe su disposizione della dottoressa Felicia Genovese allora, credo, procuratore». E ancora. «A uno dei miei più stretti collaboratori, un maresciallo della Guardia di finanza di Catanzaro, è stato sottratto il computer portatile che si trovava all’interno dell’autovettura militare». Come se non bastasse, «a oggi, 9 giugno 2007, dopo averlo segnalato ai vertici del mio ufficio, non riusciamo ancora a rinvenire, nonostante le ricerche effettuate dalla mia segreteria, il fascicolo delle intercettazioni relativo al procedimento toghe lucane».

Woodcock intercetta il pm «amico»

Sulla bontà della sua indagine, de Magistris fa continuamente riferimento a quanto dichiarato da alcuni magistrati della procura di Potenza (i gip Iannuzzi e Pavese, i pm Woodcock e Montemurro) relativamente a presunte ingerenze operate da altri magistrati (dal procuratore generale Tufano al pm Genovese) finiti nell’inchiesta del pm calabrese. E proprio uno di questi, Tufano, rilascia al Csm dichiarazioni sconvolgenti sullo stato della giustizia a Potenza. I pm Montemurro e Woodcock vengono bollati come «patiti delle intercettazioni», specie il secondo che «ha fatto fare in tre anni 129 anni di intercettazioni per quasi 13 miliardi di lire».
Nell’audizione a palazzo dei Marescialli del 19 marzo scorso, riportata nella relazione ispettiva, il pg se la prende anche con il procuratore capo Galante. «Di questa guerra che c’è in Procura, dell’aria irrespirabile di quell’Ufficio - mette a verbale Tufano - la prima causa, il primo ed esclusivo colpevole è l’inadeguatezza del procuratore Galante». Quanto ai due sostituti d’assalto «sono piuttosto disinvolti, tra virgolette, in materia di cultura della giurisdizione, in materia di rispetto delle regole e della deontologia e in materia, soprattutto, di rispetto della libertà e della privacy dei cittadini».

Indagato il generale dei carabinieri

Il j’accuse di Tufano si fa esplicito: «Non ho paura di dire che si tratta di due persone che vanno in cerca di visibilità: uno si accontenta del livello solo regionale ed è il sostituto Montemurro; un altro che spazia di più, voi sapete meglio di me che si tratta del sostituto Woodcock». Tufano snocciola l’elenco dei «loro eclatanti flop». La lista comincia con l’inchiesta «Iena 2»: su 51 arrestati «43 sono usciti tutti fuori ma per mancanza di indizi»; domiciliari al generale del Sisde, Orlando, la cui posizione viene poi archiviata. E di più: «Il generale Bellini, (ex) comandante dell’Arma, iscritto per una cosa che ha del romanzesco»; assolto poi il generale Blangiardo con il pm d’udienza che gli fa scuse pubbliche; Woodcock ha intercettato perfino i carabinieri e un ufficiale dello Stato Maggiore mentre questi, insieme alla Procura generale indagavano su di lui. Addirittura la «mitosi cellulare» ha portato all’intercettazione di sostituto con sostituto: «Ho qui la trascrizione dell’intercettazione telefoniche che Woodcock fa del collega Montemurro mentre fa una raccomandazione al capo dei vigili del fuoco di Potenza, poi arrestato e processato».

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Sinistra e toghe, fine della love-story


di Redazione - sabato 06 ottobre 2007

da Roma

L’imbarazzo del centrosinistra è grande. Perché è diventato controparte della magistratura, dopo esserne stato per anni punto di riferimento. La vicenda di AnnoZero, che mette sotto accusa in tv il ministro Mastella per aver infilato i bastoni tra le ruote di una delle toghe-simbolo della lotta contro i poteri forti, Luigi de Magistris, ne è la clamorosa dimostrazione.

Il guardasigilli del governo Prodi è il bersaglio di un malcontento che monta da tempo. Lui che ha sempre proclamato di voler restituire serenità ad un rapporto con la magistratura fortemente incrinato dal suo predecessore Roberto Castelli, viene impiccato sulla piazza santoriana con l’accusa di aver realizzato, di fatto, la separazione delle carriere tra giudici e pm, preparata dal governo Berlusconi sotto il paravento di una distinzione delle funzioni. E di volere il controllo dell’esecutivo sulla magistratura.

È la riforma dell’ordinamento giudiziario, che il centrosinistra aveva promesso all’Anm di cancellare ma ha solo limato, il centro della disputa. Marco Travaglio accusa Mastella e il suo governo di aver fatto quello che l’esecutivo del Cavaliere non era riuscito a fare. Contro le toghe, non a difesa della loro autonomia e indipendenza, come promesso.

E il guardasigilli deve ingoiare il rospo della lezione di Castelli, presidente dei senatori della Lega. «D’Alema, Fassino e Mastella oggi raccolgono quello che avevano seminato nella scorsa legislatura. Credevano di poter controllare la magistratura, non capendo che tale comportamento era assolutamente sbagliato». L’accusa che la sinistra faceva al centrodestra oggi si ritorce a suo danno. Le promesse mancate bruciano, anche se Anm e correnti rosse hanno per questo governo attenzioni ben diverse da quelle riservate al precedente.

Al gip Clementina Forleo, che ha partecipato alla trasmissione, Mastella deve precisare: «Non sono stato io a chiedere la separazione delle carriere dei magistrati. Anzi, dopo aver parlato sul tema ad un convegno a Milano dei penalisti, sono stato “sculacciato”». La Forleo, per il ministro, è stata presentata da Michele Santoro e dagli altri come portavoce dell’intero ordine, ma se si sente «sola» come dice, è anche perché ha appoggiato la battaglia per la separazione delle carriere, che l’intera categoria avversa. Mastella, dunque, si sente attaccato da due fronti: quello che non vuole neppure la distinzione delle funzioni ormai legge e quello che pretendeva una separazione più netta delle carriere che nella riforma non c’è.

L’imbarazzo è palpabile nella trasmissione di Santoro, dove a rappresentare il ministro c’è un magistrato oggi sottosegretario, che come esponente di punta delle correnti rosse ha guidato in passato scioperi contro il precedente governo che, diceva, attentava all’indipendenza della magistratura. Allora, Luigi Scotti era presidente del tribunale di Roma e listava a lutto la sua Costituzione. Oggi si trova sul banco degli imputati a difendere chi ha minacciato l’indipendenza di un magistrato di frontiera, che colpisce a destra e a sinistra senza distinzioni. Sembra un boomerang la frase del segretario dell’Anm e leader di Md, Nello Rossi, che proprio Scotti cita: «In Italia e in particolare al sud ci sono due categorie di magistrati: quelli pavidi e ossequiosi del potere e quelli impegnati in prima linea che non guardano in faccia nessuno. Noi sappiamo da che parte stare». Già, ma Mastella e il governo Prodi, per la piazza di Santoro, si sono schierati diversamente.

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giovedì 4 ottobre 2007

Corruzione, in 20 anni niente carcere per il 98% dei condannati


di Redazione - giovedì 04 ottobre 2007

Roma - La legge non è uguale per tutti. Nell’arco di vent’anni, dal 1983 al 2002, compreso quindi il periodo di Tangentopoli, solo il 2 per cento di quanti finiti nelle maglie della giustizia nella lotta alla corruzione, lotta simboleggiata da Mani Pulite, ha scontato pene in carcere, mentre il 98 per cento dei condannati l’ha fatta franca. A riferirlo è "L’Espresso" domani in edicola, sottolineando che la situazione si è determinata o perché è scattata la sospensione condizionale (sotto i due anni) o perché sono state riconosciute misure alternative (servizi sociali: tra due e tre anni).

E soprattutto perché nell’87 per cento dei casi la sentenza è stata mite: sempre meno di due anni. Sono cifre, prosegue il settimanale, rese pubbliche da una ricerca condotta dall’ex pm Piercamillo Davigo, uno dei protagonisti di Mani pulite, ora giudice di Cassazione, e Grazia Mannozzi, docente di diritto penale all’Università dell’Insubria (Como e Varese). Ricerca riversata nel libro "La corruzione in Italia", editore Laterza, in libreria dal 5 ottobre.

Due anni per un lavoro tutto sui numeri, tratti dal Casellario giudiziale centrale. Una miniera di dati che inizialmente dovevano dar vita a una smilza analisi destinata a una rivista specializzata di diritto. Ne è venuto fuori invece un volume di 373 pagine, ricco di grafici e tabelle. Dentro, un inedito censimento sulle tangenti «made in Italy». Con risultati choc.

domenica 30 settembre 2007

«Manca il taglio delle tasse E i 150 euro alle famiglie non rilanciano l’economia»


di Gian Battista Bozzo - domenica 30 settembre 2007

da Roma

«Due cose devono essere chiare: non è con i 150 euro alle famiglie bisognose che si rilanciano i consumi e l’economia; e poi, le nuove norme fiscali per le imprese e le piccole attività comportano semplificazioni ma, tranne la sforbiciata all’Irap, non un euro di tasse in meno». Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, giudica la Finanziaria «debole», non adeguata al rilancio dell’economia italiana.

Il governo parla di Finanziaria «leggera».
«Sarà anche leggera, ma propone una terapia debole per affrontare il problema di fondo dell’Italia: la crescita lenta, ora lentissima. La tregua fiscale non basta per far ripartire l’economia, e lo spiego con due cifre emblematiche: la pressione fiscale è arrivata al 43,1%; la crescita del Pil scende quest’anno all’1,9% e peggiorerà ancora nel 2008 all’1,5%. Dal nostro punto di vista, è una Finanziaria che si propone di affrontare il controllo della spesa pubblica con armi spuntate. Mettendo insieme Finanziaria e decreto raggiungiamo la cifra ragguardevole di 19 miliardi di euro. Ebbene, il 65% di quella cifra viene da maggiori entrate, il 35% da minori spese: sono proporzioni che andrebbero rovesciate. I principi riformisti del Libro verde sulla spesa pubblica sono stati, evidentemente, accantonati».

La Finanziaria modifica il regime fiscale per le imprese, anche quelle piccolissime.
«C’è una sforbiciata all’Irap, e per me ogni sforbiciata alle tasse è benvenuta. Poi la riduzione dell’aliquota Ires e il forfait per i piccoli. Va bene, ma sia chiaro - come ha detto lo stesso governo per tacitare le proteste della sinistra - che si tratta di una semplificazione e non di una riduzione della pressione fiscale sulle imprese. Il taglio dell’Ires è accompagnato da un significativo ampliamento della base imponibile, che provoca una sostanziale neutralità del gettito. Anche il forfait taglia i costi perché semplifica, ma non comporta una riduzione delle tasse».

C’è poi il bonus per i meno abbienti. Prodi dice che contribuirà a rilanciare i consumi.
«L’operazione a favore delle famiglie più deboli è comprensibile, ma evita ancora una volta la via maestra, che è la riduzione delle tasse. Il bonus non può aiutare la ripresa dei consumi, anche perché si tratta di un contributo una tantum. Secondo noi, il sostegno ai consumi è un’operazione che passa attraverso l’accelerazione del passo di crescita, la maggiore partecipazione al mercato del lavoro e una progressiva riduzione della pressione fiscale con la ridefinizione delle aliquote Ire. Il governo attua spesso operazioni complesse, tuttavia sarebbe più semplice ed efficace la riduzione delle aliquote».

Il governo ha rinviato il collegato con le norme su pensioni e welfare: che cosa ne pensa?
«Noi non abbiamo siglato quel protocollo per diversi motivi. Non siamo d’accordo, per esempio, sulla cancellazione di alcune fattispecie come il lavoro a chiamata e lo staff leasing. Detto questo, credo che il rinvio sia il segnale evidente delle difficoltà per Prodi di trovare una sintesi fra la componente riformista e quella radicale della maggioranza».

venerdì 14 settembre 2007

Dopo le case anche gli aerei



di Marianna Bartoccelli - venerdì 14 settembre 2007

Roma - Far premiare i vincitori del Gran premio di Formula 1, domenica scorsa a Monza, dal Guardasigilli Clemente Mastella e dal vicepremier Rutelli è costato al contribuente italiano una cifra che si aggira sui 20mila euro. Euro più, euro meno: tanto il costo della trasferta del ministro di Giustizia, e seguito, e del vicepresidente Francesco Rutelli, e seguito.

Secondo quanto denuncia il settimanale L’espresso in edicola da oggi, Clemente Mastella in compagnia di Rutelli, insieme ad alcuni parenti, amici e collaboratori, dovevano assolutamente presenziare alla premiazione di «una manifestazione nazionale che ha grande importante internazionale», come spiega il portavoce del ministro. E vuoi per motivi di sicurezza, come spiegano sempre da Largo Arenula, vuoi perché così «è previsto dai protocolli di Stato e dalle misure di sicurezza» come suggerisce lo stesso presidente della Camera Fausto Bertinotti, la storia che racconta il settimanale L’espresso evoca subito altri viaggi pagati dal contribuente e «vizi» da Prima Repubblica.



In epoca di «casta» e di «grillate», il viaggio domenicale dei nostri ministri sembra quasi una provocazione, malgrado le precisazioni dei portavoce e le spiegazioni dello stesso Guardasigilli. «Si è trattato di una visita ufficiale, ma soprattutto - spiegano in via Arenula - è necessario chiarire che per ragioni di sicurezza, che sono prioritarie, il ministro della Giustizia non può viaggiare come un libero cittadino».

E la nota del ministero è decisamente preoccupante: «Mastella è stato riconosciuto dall’Ufficio centrale sicurezza del ministero dell’Interno, per il suo ruolo istituzionale di Guardasigilli e per alcuni gravi episodi di minaccia che sono stati registrati, il massimo livello di sicurezza, cosiddetto L1, attribuito alle alte cariche dello Stato e a pochissimi altri ministri. Ciò gli vieta espressamente di muoversi senza una tutela adeguata. Il livello L1 prevede infatti strettissime misure di sorveglianza a salvaguardia dell’incolumità del soggetto che a esso viene sottoposto, ma anche e soprattutto a tutela dei cittadini, la cui vita - conclude la nota - non può essere messa a repentaglio, così come accadrebbe se la persona a rischio si mischiasse fra la folla».

Ma pare che non si sia trattato di grandi problemi di sicurezza, visto che con un comunicato a fine giornata di Palazzo Chigi viene spiegato che si è trattato «di un semplice passaggio». Il vicepremier infatti racconta che visto che doveva andare a Monza per motivi istituzionali ha dato la possibilità di usufruire dello stesso volo al ministro Mastella «perché erano ancora disponibili posti». Insomma Mastella è stato ospite di Rutelli, tutto qua. E con loro il figlio del primo e la moglie del secondo. Più altri collaboratori.

Secondo il piano di volo il vicepremier si è spinto ad andare da Roma a Salerno per far salire Mastella e figlio, quindi tutti a Milano. Nel cui aeroporto hanno trovato un elicottero navetta per andare velocemente all’autodromo di Monza. Sull’elicottero trova posto anche Antonio Di Pietro e questo crea ulteriori polemiche, subito smorzate quando si è saputo che la navetta è stata messa a disposizione dall’organizzazione del Gran premio di Monza non soltanto per le autorità pubbliche ma per tutti gli ospiti, Di Pietro incluso che viaggia anche lui con figlio.

«Si tratta di un’azione di killeraggio politico dell’Espresso solo contro il Guardasigilli?», si chiede Mauro Fabris, capogruppo Udeur alla Camera, che accusa il settimanale di avere puntato il dito contro Mastella anche per l’elicottero navetta: «Sono stato testimone del fatto che numerosi parlamentari, di maggioranza e opposizione e financo il ministro Di Pietro con figlio e amici al seguito, hanno impiegato lo stesso servizio navetta utilizzato dal ministro Mastella», sottolinea Fabris nel suo atto di difesa.

Immediate le prese di distanze dell’Idv, la cui portavoce, Silvana Mura, pone i distinguo: «La questione sollevata dall’Espresso non riguarda l’utilizzo della navetta, ma dell’aereo di Stato per andare a Monza, anche se l’onorevole Fabris finge di non capire e prova ad alzare un polverone». Subito Di Pietro non perde l’occasione per prendere le distanze dal suo perenne antagonista e sottolinea che anche a lui avevano proposto di andare con l’aereo di Stato, e lui ha risposto con un «no grazie».

Ma pare che non si sia trattato di grandi problemi di sicurezza, visto che con un comunicato a fine giornata di Palazzo Chigi viene spiegato che si è trattato «di un semplice passaggio». Il vicepremier infatti racconta che visto che doveva andare a Monza per motivi istituzionali ha dato la possibilità di usufruire dello stesso volo al ministro Mastella «perché erano ancora disponibili posti». Insomma Mastella è stato ospite di Rutelli, tutto qua. E con loro il figlio del primo e la moglie del secondo. Più altri collaboratori.

Secondo il piano di volo il vicepremier si è spinto ad andare da Roma a Salerno per far salire Mastella e figlio, quindi tutti a Milano. Nel cui aeroporto hanno trovato un elicottero navetta per andare velocemente all’autodromo di Monza. Sull’elicottero trova posto anche Antonio Di Pietro e questo crea ulteriori polemiche, subito smorzate quando si è saputo che la navetta è stata messa a disposizione dall’organizzazione del Gran premio di Monza non soltanto per le autorità pubbliche ma per tutti gli ospiti, Di Pietro incluso che viaggia anche lui con figlio.

«Si tratta di un’azione di killeraggio politico dell’Espresso solo contro il Guardasigilli?», si chiede Mauro Fabris, capogruppo Udeur alla Camera, che accusa il settimanale di avere puntato il dito contro Mastella anche per l’elicottero navetta: «Sono stato testimone del fatto che numerosi parlamentari, di maggioranza e opposizione e financo il ministro Di Pietro con figlio e amici al seguito, hanno impiegato lo stesso servizio navetta utilizzato dal ministro Mastella», sottolinea Fabris nel suo atto di difesa.

Immediate le prese di distanze dell’Idv, la cui portavoce, Silvana Mura, pone i distinguo: «La questione sollevata dall’Espresso non riguarda l’utilizzo della navetta, ma dell’aereo di Stato per andare a Monza, anche se l’onorevole Fabris finge di non capire e prova ad alzare un polverone». Subito Di Pietro non perde l’occasione per prendere le distanze dal suo perenne antagonista e sottolinea che anche a lui avevano proposto di andare con l’aereo di Stato, e lui ha risposto con un «no grazie».

sabato 1 settembre 2007

«La gente è furiosa Da questi politici poca responsabilità»


di Gian Maria De Francesco - sabato 01 settembre 2007

Correva il 24 gennaio del 2001. Il deputato di Forza Italia Marco Taradash, nel corso del question time, interrogò il ministro del Lavoro, Cesare Salvi, sulle necessarie contromisure da adottare per evitare che lo scandalo di «Affittopoli» si trasformasse in «Svendopoli» attraverso la cessione a prezzi di favore degli immobili affittati a poche centinaia di migliaia di lire. Salvi cercò di rassicurare Taradash con un’ampia disamina dei provvedimenti fin lì adottati.

A oltre sei anni di distanza, però, i timori si sono trasformati in realtà: immobili nel centro di Roma di proprietà di enti pubblici sono stati ceduti a rinomati inquilini a prezzi, per così dire, «di favore». Oggi Salvi è presidente della commissione Giustizia del Senato e leader di Sinistra democratica. Le idee, però, non sono cambiate e il biasimo nei confronti della casta è forte. E lo ribadisce in un’intervista al Giornale.

«Mi fate tornare nel passato».

Presidente Salvi, è il passato che non passa mai. Quando lei era ministro del Lavoro cercò di bloccare la malapianta di «Affittopoli» proprio per evitare la deriva attuale. Come si orientò?

«In primo luogo emanai una direttiva sugli immobili di pregio perché con questa mania delle privatizzazioni c’era il rischio di privilegi a inquilini eccellenti. Ovviamente, gli enti previdenziali devono concentrarsi sulla loro missione e non essere agenti immobiliari. Per questo motivo furono emanate una legge e una circolare per stabilire che i locatori di immobili degli enti hanno diritto a un acquisto basato sul prezzo di mercato scontato del 30%, il valore medio dello sconto che si applica quando l’immobile è affittato. Sconto che ovviamente non si applica agli immobili di pregio».

E quando scoppiò «Affittopoli»?

«Quando montò la polemica a mezzo stampa emanai una circolare con la quale bloccai la vendita degli immobili di pregio ai vip. Chiesi a Stefano Rodotà, allora Garante della privacy, se si potevano rendere noti i nomi degli inquilini che avevano incarichi pubblici. Egli rispose che l’interesse pubblico in quel caso attenuava il diritto alla riservatezza e diedi direttiva di fare un elenco degli inquilini vip».

Però gli eventi hanno seguito un percorso diverso.

«Per come avevo lasciato le cose c’erano le condizioni perché non accadesse questo fenomeno. Da una parte se ne sono fregati, dall’altra con Scip si è scavalcato il problema. L’ente immobiliare fa prezzi di favore agli inquilini eccellenti. Tremonti per fare prima, e non lo dico per criticarlo, con Scip 1 e Scip 2 ha venduto ai soliti noti: Tronchetti Provera, Pirelli e Generali. I privati si sono comportati in modo non congruo».

C’era anche una controparte. O no?

«Il politico ha una responsabilità in più. Sta’ attento, porca miseria, perché la gente è arrabbiata. Edilizia popolare non se ne fa più, gli affitti sono alle stelle».

Quando lei era ministro aveva predisposto il monitoraggio delle procedure di dismissione. Evidentemente non si è monitorato abbastanza.

«Io feci l’elenco degli immobili di pregio, bloccai la vendita degli alloggi ai vip di modo che nessuno potesse essere ritenuto privilegiato. Certo, c’è stata omessa vigilanza. Poi i politici pensano di poter fare quello che vogliono e poi c’è il patrimonio Ina in mano a Tronchetti e soci. Leggo smentite e non entro nei singoli casi. Pur avendo acquistato da enti pubblici sulla base di protocolli precisi, i privati non hanno dato a queste regole il giusto peso. La vigilanza è importante, un ministro non deve dare solo interviste. Io fui aiutato dalla stampa. L’impiccio è a monte. Io assicurai la massima trasparenza. Quando me ne andai avevo predisposto tutto perché certi casi non si ripetessero».

Ammesso che il suo successore Maroni abbia avuto delle responsabilità, il centrosinistra è tornato al governo da un anno e mezzo.

«I privilegi, come si vede, sono bipartisan e se li tengono stretti».

Lei è autore di una vasta pubblicistica sulle «dismisure» della classe dirigente politica.

«La seconda edizione de I costi della politica ormai sta per uscire, ma si sarebbe dovuto aggiungere un altro capitolo su questa vicenda».

giovedì 30 agosto 2007

I tagli alle tasse? Non ci sono più


di Fabrizio Ravoni - giovedì 30 agosto 2007

Roma - Tommaso Padoa-Schioppa ha ieri rivelato ai suoi viceministri e sottosegretari riuniti al ministero di avere due punti fermi per la prossima legge finanziaria: il Dpef e la tregua fiscale. Ed è fiducioso che dai ministeri arriveranno sufficienti indicazioni per tagliare la spesa. «Nel complesso - confidano i partecipanti all’incontro - Padoa-Schioppa ha in mente una manovra soft», 10-15 miliardi al massimo. Argomenti poi affrontati a cena a Palazzo Chigi con Romano Prodi. E ciò è reso possibile grazie al reale andamento delle entrate e ad una «dimenticanza» del Dpef: il cosiddetto «quadro programmatico» sul quale disegnare la manovra.

La dimenticanza. Nel Dpef è presente solo il quadro a legislazione vigente. Esso indica per il 2007 entrate complessive (fiscali e contributive) per 715,4 miliardi di euro; e per il 2008 per 742,8: l’incremento del 3,8% è legato all’andamento nominale dell’economia. Il ministero dell’Economia, però, ha comunicato che quest’anno le entrate sono già arrivate a 720 miliardi (e potrebbero crescere ancora). Ne consegue che se al livello a cui sono giunte si applica l’incremento legato all’andamento nominale dell’economia (con l’aggiunta di un quoziente di elasticità), le entrate per il 2008 a legislazione vigente arriverebbero a 752 miliardi di euro; o, forse, addirittura a 760 miliardi di euro, nel caso in cui il gettito di quest’anno dovesse ulteriormente salire fino a sfiorare i 730 miliardi. E qui arriviamo alla «dimenticanza». I 752 o i 760 miliardi di gettito a legislazione vigente verrebbero fatti coincidere dal ministero dell’Economia con il gettito programmatico per il 2008.

I motivi. In questo modo, il ministro ha ragione a puntare sulla «tregua fiscale». «Non ci saranno maggiori tasse con la finanziaria», ha detto Padoa-Schioppa. Il quadro a legislazione vigente delle entrate, quindi, deve coincidere con quello programmatico. Per via «spontanea», il gettito crescerà il prossimo anno di una cifra compresa fra i 10 e 18 miliardi. Vale a dire, la differenza fra l’andamento reale a legislazione vigente del gettito e il dato fissato dal Dpef. Insomma, senza toccare alcuna leva tributaria, Padoa-Schioppa si trova già in cassa le risorse per soddisfare almeno metà, se non di più, delle maggiori spese indicate dal Dpef (21 miliardi).

La manovra. Grazie al giochetto di far coincidere il gettito a legislazione vigente con quello programmatico (segreto che il ministero dell’Economia custodisce meglio della ricetta della Coca-Cola), Padoa-Schioppa deve recuperare 10-15 miliardi di euro: «una manovra soft», come la definiscono i sottosegretari che hanno partecipato alla riunione di ieri. E la maggior parte di questi risparmi, il ministro la attende dai consigli che entro il 10 settembre gli dovranno far pervenire i colleghi di governo: un miliardo a dicastero. Mentre lo scambio suggerito dalla Confindustria fra riduzione degli incentivi alle imprese con punti di Ires dovrebbe essere a saldo zero. Rischia di allontanarsi, poi, l’idea di una riduzione delle aliquote Ici; semprechè non vengano ritoccati gli estimi catastali. Ieri, per esempio, di Ici non si è parlato nel vertice al ministero.

Crescita. A rendere difficile, se non impossibile, la concessione di agevolazioni fiscali sulla prima casa ed altre riduzioni fiscali è l’andamento della crescita. Per il 2008, il governo ha stimato una crescita dell’1,9% per centrare l’obbiettivo di deficit del 2,2%. Il Centro studi della Confindustria non fa proiezioni sul prossimo anno, ma rileva che quest’anno l’aumento del Pil non sarà del 2%, ma si fermerà all’1,8%. L’Isae, invece, stima per il prossimo anno una crescita dell’1,8%; la Banca d’Italia e l’Ocse all’1,7%. Ma le previsioni erano precedenti alla flessione sull’economia internazionale prodotta dalla crisi dei mutui americani. Al ministero dell’Economia le stime non sono ancora pronte; ma c’è una corrente di pensiero che vorrebbe fissare l’aumento del Pil fra l’1,5 e l’1,7%. In tal caso, il deficit dal 2,2 previsto passerebbe al 2,3-2,4%. E Padoa-Schioppa dovrebbe portare la manovra a sfiorare i 20 miliardi.

martedì 3 luglio 2007

Pensioni, ora Rifondazione minaccia la crisi



di Laura Cesaretti - martedì 03 luglio 2007

Roma - La trattativa è ancora in alto mare, e la questione dell’età pensionabile resta per il governo una mina che per il momento nessuno è ancora riuscito a disinnescare.

Sullo «scalone», infatti, si stanno coagulando due fronti contrapposti dentro l’Unione: da una parte la sinistra che ne reclama l’abolizione, dall’altra i «riformisti», con la leadership virtuale di Walter Veltroni, che giudicano necessario e non più rinviabile l’adeguamento del sistema previdenziale ai nuovi trend demografici, come ha chiaramente spiegato Massimo D’Alema. E nel mezzo c’è Romano Prodi, che cerca una strada per non rimanere stritolato dallo scontro interno.

Ieri il ministro radicale Emma Bonino (che con D’Alema ha un ottimo rapporto politico) ha dato il via al fuoco di sbarramento dalla «destra» dell’Unione: «Dobbiamo tenerci lo scalone, se passa l’ipotesi dei 58 anni voto contro, per tentare di impedire al governo un grave errore». E ha ricordato a Prodi che qualsiasi modifica della riforma Maroni «deve trovare una maggioranza che la voti in Parlamento». Col sottinteso che, allo stato dei fatti, quella maggioranza è assai difficile. Poco dopo si è fatto sentire un altro ministro, Antonio Di Pietro: «A 60 anni le persone sono ancora in piena efficienza psico-fisica, e non possono gravare sulle spalle delle generazioni future». Una bocciatura preventiva dell’ultima proposta di mediazione avanzata dal ministro del Lavoro Damiano, che in pratica accoglie l’ipotesi avanzata dalla Cgil: si annulla lo scalone, rinviandolo di tre anni, e si introducono incentivi modulati per chi decide di restare al lavoro oltre i 58 anni. Una vistosa marcia indietro rispetto alla linea tenuta dal governo la scorsa settimana, quando il tavolo di trattativa con i sindacati era saltato. Ai suoi interlocutori della sinistra radical, il premier aveva spiegato di non poter accettare l’ipotesi scalino 58 anni più incentivi «per ragioni politiche prima che contabili»: una simile mediazione al ribasso sarebbe stata letta come il definitivo cedimento alle pressioni dell’ala massimalista della coalizione e avrebbe scatenato contro un governo già precario le critiche di tutta la grande stampa. Ma Franco Giordano e i suoi hanno spiegato al premier che per Rifondazione la drastica riduzione dello scalone è «l’ultima frontiera», e che i parlamentari Prc non avrebbero votato neppure la fiducia, se il governo (come chiedeva la Cgil) l’avesse posta su un accordo al ribasso firmato dai sindacati.

Se qualcuno pensa che non facciamo sul serio, ha capito male», spiega il capogruppo Prc Migliore. «Su questo fronte siamo veramente determinati. E mi pare che Prodi lo abbia capito». Il timore di Rifondazione in realtà è tutto politico: ossia che una parte della maggioranza, con il Partito democratico di Veltroni, D’Alema e Rutelli in testa, voglia usare le pensioni per regolare i conti con la sinistra radicale. Spingere il governo alla linea dura, spaccare la nascente «Cosa rossa» dentro la quale Verdi e Sinistra democratica sono più disposti al compromesso e isolare i duri del Prc e del Pdci. Magari fino a spingerli verso «un esito da ’98», quando Bertinotti fece saltare il primo governo Prodi. «Vogliono sconfiggerci sull’unico fronte dal quale non possiamo arretrare», è il timore dei vertici Prc. Per poi varare assieme a una parte della Cdl una nuova legge elettorale che tagli le gambe ai piccoli partiti, e accelerare la discesa in campo di Veltroni.

Di fronte al rischio di veder saltare la maggioranza a sinistra, il premier ha ceduto sugli incentivi e sul rinvio di tre anni, nonostante le resistenze di Padoa-Schioppa. E ieri dai sindacati e dalla sinistra si è levato un coro di voci ottimiste: «Un passo avanti straordinario, l’accordo mi sembra vicino», dice il ministro Bianchi a nome del Pdci. Ma dal Prc e dalla Fiom (che reclama lo sciopero generale) si leva un nuovo stop: Migliore chiede che dallo «scalino» dei 58 vengano esentati tutti gli operai, ma in realtà il punto inaccettabile è un altro: «Il trucco della proposta Damiano sta nel fatto che se fra tre anni, grazie agli incentivi, non si produce lo stesso risparmio pensionistico previsto dallo scalone, l’età pensionistica viene automaticamente innalzata», dicono dal suo partito. E la chiusura dell’accordo si allontana.

Tra le Fiamme gialle sospetti sul «partito degli scontenti»


di Gianluigi Nuzzi - martedì 03 luglio 2007

Aria pesante e di sospetti al comando generale della Guardia di Finanza. Tutta colpa delle accuse rivolte dal ministro Tommaso Padoa-Schioppa all’ex comandante Roberto Speciale e contenute nel documento firmato dal governo. Tanto che tra gli ufficiali si cerca di individuare chi siano i «consiglieri» in divisa del viceministro Vincenzo Visco.

Da tempo al comando generale esiste infatti quello che tutti indicano come il «partitino degli scontenti». Un manipolo di generali e ufficiali che, ogni qual volta il centrosinistra governa, parte e fa la spola con piazza Mastai, con Visco, creando rapporti riservati e paralleli. Ufficiali che, in altre parole, «inciuciano con l’autorità politica - afferma una fonte - scavalcando la gerarchia e attuando campagne di discredito nei confronti di colleghi e superiori, girando notizie distorte, malignità e falsità». Tanto da spingere proprio Speciale a studiare in questi giorni la querela per calunnia da presentare al Tribunale dei ministri.

Per questo prima le accuse rivolte a Speciale, poi, proprio di recente, quelle contro la gerarchia di Milano «colpevole» di non perseguire l’evasione fiscale, hanno di fatto acuito la frattura nelle Fiamme Gialle. Anche perché le notizie distorte giunte all’orecchio di Visco, mal consigliato, provengono dall’interno del Corpo, dal «partitino degli scontenti», da chi magari non ha ottenuto quanto sperato nelle valutazioni per le promozioni. Ed è proprio dalle ambizioni personali che bisogna partire per comprendere chi ha tirato per la giacchetta Visco. A cominciare da quelle di chi puntava addirittura a diventare il primo comandante della Gdf, proveniente direttamente dalla stessa Guardia di Finanza. E non dall’Esercito come ancora avviene a differenza dei Carabinieri.

Ebbene, tra i generali di Corpo d’Armata nel luglio del 2006, nell’estate delle mosse e delle urla di Vincenzo Visco contro Speciale perché azzerasse il vertice delle Fiamme Gialle di Milano, c’era chi ambiva a portare a casa il ruolo di «traghettatore», ovvero del generale che, in una situazione di emergenza, assuma ad interim il comando in attesa che una nuova legge permetta di nominare numero uno appunto un finanziere. Si era creata una situazione analoga con sgambetti al comandante generale in carica quando era comandante in seconda il generale in seconda D’Isanto. D’Isanto, come Italo Pappa, per indicarne uno, nutriva in cuore l’idea di diventare comandante ad interim. Pappa lo diceva agli ufficiali a lui più fedeli. Ci sperava. E quando arrivò Speciale per D’Isanto si trattò di una doccia fredda.

Persino le fronde di un anno fa all’interno del Corpo potevano essere assimilati alla consueta dialettica interna. Oggi è diverso.

Dopo l’insediamento del governo Prodi, dopo l’arrivo del generale Rolando Mosca Moschini al Quirinale come consigliere militare, il «partitino degli scontenti» riprende fiato. Prima in silenzio poi con la mossa nell’estate del 2006 di mandare a casa Speciale e trovare un sostituto in divisa grigia. Il progetto è fallito. Il partitino degli scontenti si riarma e riparte. Contro Speciale e molti, troppi, altri ufficiali, piovono accuse di ogni tipo.

«Speciale trattato come un eversivo»


di Redazione - martedì 03 luglio 2007

«La mia difesa del generale Roberto Speciale non risponde ad oscure trame lobbistiche né a logiche da consorteria massonica». Lo ha detto Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa del Senato e leader nazionale del movimento politico «Italiani nel mondo». «Sappia il governo - ha aggiunto De Gregorio - che non abbandonerò Roberto Speciale come non abbandonerei un qualunque alto esponente delle Forze armate trattato alla stregua di un personaggio eversivo come nel caso dell’ex comandante della Guardia di Finanza». Ha poi aggiunto: «Credo che Visco abbia mentito, ma sarà colpevole soltanto nel caso di una sentenza ai suoi danni».

lunedì 2 luglio 2007

Ecco il piano segreto di Visco: occupare tutti i vertici della Gdf



di Gianluigi Nuzzi - lunedì 02 luglio 2007

Non solo Milano ma anche Roma, Venezia, le regioni Lazio, Piemonte e Liguria, tutti i comandi interregionali e chissà quali altri uffici nevralgici. Dagli interrogatori a disposizione della Procura di Roma oggi emerge che c’era un piano segreto sulla Guardia di finanza. Promosso dal viceministro Vincenzo Visco, portato avanti con determinazione dall’allora comandante in seconda Italo Pappa e dall’ispettore dei reparti d’istruzione Sergio Favaro, il piano prevedeva tre fasi per rivoluzionare città per città i vertici delle Fiamme gialle. La prima fase, la più impellente, contemplava l’intera gerarchia di Milano, impegnata nelle indagini sulle scalate bancarie, tra cui quella di Unipol: dal comandante della regione Lombardia al capo della sezione giudiziaria. Ed era proprio questa l’unica fase finora nota e che ha portato alle note polemiche degli ultimi mesi sino alla rimozione del comandante generale Roberto Speciale. Ma le altre due fasi del programma progettavano uno spoil system ancor su più vasta scala.

Le decisioni sui capi

Nel piano si partiva dai comandanti interregionali, ovvero quei generali di corpo d’Armata a capo ciascuno di diverse regioni. Sono quindi alti ufficiali che ricoprono incarichi nevralgici per le attività nel Paese.

Ebbene Speciale non avrebbe più deciso in autonomia e consultandosi con il Consiglio superiore della Gdf. Come indicano prassi e normative. No, si cambia. Si sarebbe dovuto confrontare direttamente con Visco. Questo stando a quanto ha messo a verbale il colonnello Riccardo Rapanotti. Si tratta di un ufficiale che in quei mesi di durissimi contrasti ha goduto di un punto d’osservazione privilegiato essendo numero due dell’ufficio personale al comando generale. A lui si riferivano Pappa e Favaro con richieste e indicando chi e come trasferire, chiedendogli persino, sempre a detta dell’ufficiale, «di non dire nulla al mio superiore come, invece, feci». «Da Pappa e Favaro - è il punto centrale del suo racconto - seppi che i movimenti afferenti i comandanti interregionali avrebbero dovuto formare oggetto di diretto colloquio tra il comandante generale Roberto Speciale e il viceministro». Con un’ingerenza dell’autorità politica senza precedenti.
A sostegno di quanto affermato, Rapanotti indica anche un tentativo di condizionare un preciso trasferimento. Oltre al cambio radicale dell’intera gerarchia di Milano. Il colonnello sostiene infatti che la sostituzione del generale C.A. Ferraro (attuale comandante in seconda, ndr) con il generale Petracca come capo interregionale delle regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta, già stabilita dal comandante generale e indicata nell’ambito della pianificazione dei dirigenti dell’anno 2006 - non avrebbe avuto luogo perché Petracca avrebbe dovuto essere trasferito alla sede di Venezia». Andando quindi a comandare l’Italia nordorientale. Il pm Angelantonio Racanelli ha chiesto delucidazioni a Speciale. E il comandante generale, interrogato il 17 giugno, ha confermato.

Elenchi pronti

Ma l’azione di Pappa e Favaro si sarebbe fatta presto ancor più capillare. Con un ricambio a tappeto della gerarchia della Guardia di finanza nel Paese. La denuncia gravissima arriva sempre da Speciale: «Erano già pronti tutti i nuovi elenchi con gli ufficiali da destinare ai diversi reparti».

E una conferma arriva questa volta da Rapanotti che indica due incontri diversi avuti con i generali Pappa e Favaro il 13 luglio 2006: «Diversi movimenti compresi nel promemoria consegnato il 26 giugno da Speciale a Visco - afferma l’ufficiale - non avrebbero mai avuto corso». Secondo questa ricostruzione, quindi, Pappa e Favaro, raccolgono le perplessità del viceministro e cercano di ostacolare l’iniziativa di Speciale. Tanto che anche in questo caso Rapanotti riporta un episodio specifico: «In particolare il generale Favaro mi indicava che non si sarebbe mai dato corso alla sostituzione del generale di Brigata Michele Adinolfi per il Comando Regionale Lazio e del colonnello Zafarana per il comando generale, al primo reparto».

Anche questa vicenda ha trovato conferme nelle parole del comandante generale.

Gli incontri

Ma il contributo di Rapanotti va, se possibile, anche oltre. L’ufficiale infatti ricostruisce quanto accadde al comando nel tardo pomeriggio del 13 luglio 2006: riunioni passate a studiare le norme ed elenchi di ufficiali già pronti per i vari ricambi. È infatti una giornata cruciale in questa vicenda. I generali Pappa e Favaro erano appena rientrati al comando generale dai loro incontri in piazza Mastai con Visco, tenuti rispettivamente alle ore 15.30 e alle 16.00. Pappa avrebbe subito chiesto a Rapanotti delucidazioni sulle disposizioni che riguardano i trasferimenti di ufficiali di polizia giudiziaria.

È quindi plausibile ritenere che proprio poco prima con il viceministro, Pappa aveva discusso i trasferimenti dei quattro ufficiali milanesi. E, in particolare, del ten.col. Vincenzo Tomei, comandante dei servizi di polizia giudiziaria. L’unico con grado e incarico di pg tra i quattro trasferendi.

Ma l’incontro ancor più importante avviene poco dopo. Altra riunione. Questa volta, sempre stando alla ricostruzione di Rapanotti, sono Favaro e Pappa che insieme dettano un elenco di ufficiali da spostare in mezza Italia per soddisfare le esigenze dell’autorità politica e trovare i sostituti. Un terremoto che coinvolgeva almeno una dozzina di ufficiali: il gen. Forchetti avrebbe preso il comando Regionale Piemonte, lasciando il posto al gen. D. Gentili che sarebbe stato sostituito dal gen. Mainolfi, il Col. Lorusso avrebbe assunto l’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’interregionale di Milano, al posto del gen. D. Minervini, che sarebbe stato trasferito nella capitale con l’incarico di capo del Comando Tutela Economia, il col. Pomponi, capo del nucleo, sarebbe stato sostituito dal col. Maccani proveniente da Bologna. Il col. Antonino Maggiore avrebbe sostituito il col. Lorusso.

Non è stato quindi Speciale non solo a volere questi trasferimenti ma nemmeno a studiare la situazione e trovare i sostituti. Tanto che i nomi di tutti gli ufficiali coinvolti di conseguenza e loro malgrado in questo azzeramento vengono dettati da Favaro e Pappa all’ufficiale dell’ufficio personale.

Ma si tratta di spostamenti da eseguire nella massima rapidità, e soprattutto, riservatezza. E lo conferma un dettaglio che oggi assume ancor più rilievo: «È vero che il generale Favaro mi disse che di questi movimenti non avrei dovuto farne parola con nessuno. Nemmeno con il mio superiore di reparto». Rapanotti non doveva dirlo nemmeno al suo capo, il generale Michele Adinolfi. E perché mai, se si trattava, per ripetere le parole di Romano Prodi, di «normali avvicendamenti»?

Gianluigi Nuzzi

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