martedì 21 agosto 2007
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Più soldi per tutti? Non scherziamo, è già troppo così

di OSCAR GIANNINO
Ugo Sposetti, il tesoriere dei Ds chiamato a venire a capo del loro debito quando non ci sono più rubli facili, mi è da sempre simpatico. Tempo fa, per anni ho fatto vita di partito. Un altro partito. So che cosa voglia dire, mettere insieme i denari per le campagne elettorali. Proprio perché Sposetti mi sta simpatico e non le manda a dire, a cominciare dalle feste dell'Unità da non mollare e dalle sezioni ex comuniste rispetto alle quali Rosy Bindi faceva tanto la schizzinosa, gli dico che non sono d'accordo con lui. Neanche per scherzo. Non mi meraviglia che abbia fatto ieri marcia indietro, come leggete in questa stessa pagina, di fronte al polverone creato dalle sue dichiarazioni in cui chiedeva di tornare a un vero e proprio finanziamento ai partiti, aggiuntivo dunque rispetto al già pinguerrimo rimborso elettorale previsto oggi, e ai ricchi contributi che Camera e Senato elargiscono a ciascun gruppo parlamentare. continua...
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L'altra mafia

di Gianni Baget Bozzo - tratto da Il Giornale del 21 agosto 2007
I sei morti ammazzati di Duisburg, che rievocano le immagini della Chicago degli anni '30, non sono solo una resa dei conti abituale nella comunità di San Luca, sono anche un segno. Indicano la volontà della 'ndrangheta di manifestare la sua potenza finora abitualmente celata, e di far sì che anche in Germania si senta la potenza della cosca calabrese. La nostra storia politica è dominata dalla mafia siciliana, una storia tanto diversa da quella calabrese quanto la Sicilia, terra di incontro di culture, è diversa dalla Calabria, che ha vissuto sia il Medioevo sia l'età moderna quasi isolata in se stessa. La capacità della mafia siciliana di adeguarsi al mondo americano ne ha fatto un'immagine di potenza politica. E la mafia siciliana ha sempre cercato di impostare ad alto livello i suoi rapporti con lo Stato italiano, come aveva fatto la mafia nord-americana. Questo ha fatto della mafia il cavallo di battaglia della sinistra italiana, che accusava la Dc di essere il punto di riferimento delle cosche mafiose. La mafia cercava rapporti con lo Stato perché lo Stato, con cui la mafia entrava in contatto, aveva una legalità forte e un intervento pubblico nell'economia. La mafia poneva un problema politico a livello di Stato nazionale.
La struttura della 'ndrangheta si è rivelata di ben altra natura. E quello che colpisce è la sua tendenza a racchiudersi nel piccolo paese da cui prende origine e ad agire contando sulla emigrazione italiana in Europa. Mentre la mafia trova la sua forza nella capacità di modernizzazione, la 'ndrangheta trova la sua capacità di agire facendo forza sui vincoli familiari all'interno del medesimo paese. Usa il suo arcaismo religioso come forza della propria identità e fa delle famiglie di sangue la sua base naturale. Ci troviamo di fronte a un meccanismo interamente diverso da quello della mafia siciliana, legato a famiglie che hanno il controllo su più territori e che conoscono quindi possibilità di mediazioni.
La nuova possibilità della 'ndrangheta in questo tipo di organizzazione è determinata dalla globalizzazione e dalla diminuzione oggettiva della legalità statuale che essa comporta. Oggi l'immigrazione, la droga, la prostituzione sul mercato mondiale non mediano più con i vertici dello Stato e trovano proprio nella diminuzione della statualità la possibilità dell'illegalità diffusa. Questa rete di piccole famiglie è diventata una realtà che controlla il 3,5% del Pil italiano e indica la potenza cui essa è giunta partendo da paesi poveri che non avevano avuto storia. Che questa organizzazione giunga all'Australia e al Brasile e tratti alla pari con i boss colombiani per il traffico della droga indica una realtà che non è mai apparsa nelle varie storie del Padrino che hanno dominato la politica, la cultura e lo spettacolo del nostro Paese. Le mafie più importanti possono essere oggi non siciliane. E la 'ndrangheta aspira a questo livello. Forse per questo fa sfoggio della sua potenza sulle rive del Reno. La 'ndrangheta, la camorra napoletana e la sacra corona unita pugliese sono fenomeni diversi dalla mafia reclamizzata, che ha dominato la cultura politica del nostro Paese.
Con tante commissioni antimafia che si sono riunite e hanno fatto la storia politica d'Italia dagli anni '80, questa nuova realtà delle mafie del sud peninsulare non è mai apparsa. Sembra che con l'omicidio di Duisburg abbiano voluto far risaltare il loro peso reale. Perché, prima di Duisburg, la camorra che controlla la Campania e la 'ndrangheta che controlla la Calabria non sono mai comparse sul piano dell'attenzione pubblica, come è accaduto con la mafia siciliana, motivo della lotta politica della sinistra contro la Dc? Che Antonio Bassolino venga ora processato come commissario dello Stato per l'ambiente della Campania indica che a livello regionale sono state cercate delle connessioni. Il vero punto di forza della connessione tra Pds e Margherita è nel sud Italia: e Antonio Ghirelli, sul Riformista, nota che il radicamento della maggioranza di governo nella zona delle mafie peninsulari pone un problema al Partito Democratico e alla sinistra.
La globalizzazione ha aumentato l'illegalità internazionale perché non esiste nulla che si possa paragonare a quello che fu lo Stato nella vita nazionale. E ora, senza bisogno di rapporti con lo Stato o con la politica nazionale, le mafie peninsulari diventano una forza propria. E' questo il nuovo modo e la nuova forma che prende la questione meridionale dopo la fine dell'intervento pubblico nazionale e di quello europeo? E' questa la risposta creativa che viene data dalle regioni a sud del Garigliano e a nord dello Stretto? Si capisce bene come una simile questione meridionale comporti una questione settentrionale. Essa sorge dall'impotenza dello Stato come garante della legalità. Mastella risponde a questa sfida annunciando nuove leggi; e questo, di fronte all'impotenza reale dello Stato, diventa un mesto ricordo delle grida manzoniane.
Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it
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Precariato: numeri e propaganda

di Antonio Maglietta - 21 agosto 2007
La sinistra, in preda ad un'inarrestabile crisi di consensi e credibilità, è alla disperata ricerca di nuovi totem ideologici in grado di creare il giusto appeal per le nuove classi sociali «proletarie» figlie della globalizzazione e della modernizzazione. Ecco che, in questo contesto, far proprie le tematiche relative al fenomeno del precariato potrebbe diventare la chiave di volta per superare la crisi. Il tema, se ben alimentato nel mito e, soprattutto, se ancor meglio cavalcato attraverso proposte demagogiche che, a detta dei guru della sinistra, porterebbero alla sua eliminazione, potrebbe diventare il nuovo generatore di consensi politici, soprattutto tra i giovani. L'ambiente in cui muoversi è sempre lo stesso: il mondo del lavoro. I temi dello scontro anche: ci sono pochi padroni che per avidità sfruttano le masse (ieri proletari, oggi, invece, giovani e precari) e lo Stato non solo è inerte nel privato, ma addirittura è connivente vista la presenza del fenomeno anche nel settore pubblico. Inoltre il precariato investe un valore sociale fondante della sinistra: l'uguaglianza.
Insomma ci sono tutti i presupposti affinché il precariato diventi il nuovo tema forte da cavalcare in chiave politica. Ma quali sono le cifre? Partiamo con il dettaglio del settore pubblico. Secondo il conto annuale 2005 della Ragioneria Generale dello Stato, nel totale del pubblico impiego si contano:
Lavoro a tempo indeterminato (http://www.contoannuale.tesoro.it/sicoSito/index.jsp): 3.369.493 lavoratori con un contratto a tempo indeterminato.
Lavoro non a tempo indeterminato (http://www.contoannuale.tesoro.it/sicoSito/index.jsp ):
124.283 lavoratori con un contratto a tempo determinato;
9.067 lavoratori interinali;
34.459 lavoratori socialmente utili (lsu);
4.786 lavoratori con contratto di formazione lavoro.
Secondo l'ispettore generale della Ragioneria generale dello Stato, Giuseppe Lucibello, a questi bisogna aggiungere circa 200mila cosiddetti «precari storici» della scuola (con la definizione «storici» si intendono i docenti inseriti nelle graduatorie per concorsi e titoli - dalle quali si attinge circa il 50 per cento - e quelli delle graduatorie permanenti della legge n. 124 del 1999, che sono comunque soggetti in possesso di abilitazione, o perché hanno conseguito l'idoneità in base a una procedura concorsuale nelle scuole speciali - cosiddette SIS - o in analoghi istituti.).
Insomma, nel totale del pubblico impiego, stando ai dati ufficiali, si contano circa 350mila lavoratori flessibili con un tasso d'incidenza, sull'intero settore pubblico, inferiore al 10%. In generale (pubblico e privato), secondo gli ultimi dati dell'Istat (19 giugno 2007), i lavoratori dipendenti con contratto a termine sono 2.126.000 su un totale di 22.846.000, con un tasso d'incidenza del 9,3% (rimasto invariato nel trimestre 2007 rispetto a quello dell'anno precedente). Va aggiunto che le cifre menzionate si riferiscono genericamente al lavoro flessibile e che, in tutto il globo terrestre, all'equazione flessibile=precario credono solo i comunisti nostrani (lo stesso Ministro del Lavoro, il diessino Cesare Damiano, ha candidamente ammesso che esiste la «buona flessibilità»). Questo significa che quelle citate non sono le cifre del precariato ma che i numeri del fenomeno vanno ricercati all'interno di quei dati. Per un'analisi dettagliata occorrono altri fattori che potremmo chiamare «elementi d'insicurezza». Secondo il presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, tali elementi s'identificano nella mancanza di continuità nella partecipazione al mercato del lavoro e alla conseguente mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita nel presente e nel futuro.
Insomma, i numeri del precariato, in generale, vanno ricercati all'interno del dato Istat che parla di 2.126.000 contratti a termine su un totale di circa 23milioni di lavoratori (tasso d'incidenza 9,3%). E' chiaro quindi che l'allarmismo propagandato dalla sinistra non è tale nella realtà dai fatti. Il problema precariato esiste, ma va inquadrato come fenomeno circoscritto e non come allarme sociale.La tanta vituperata (a sinistra) legge Biagi, mettendo regole e garantendo diritti laddove prima non c'erano e sottraendo quindi prezioso terreno al lavoro nero e all'illegalità, ha rappresentato un argine a difesa dei lavoratori più deboli e, in generale, al dilagare del precariato. La sinistra, invece, puntando tutto sulle sanatorie assistenzialiste (nel pubblico impiego con la Finanziaria 2007) e sull'irrigidimento dei contratti (nel privato con il protocollo sul welfare, da tradurre in legge in autunno) sbaglia totalmente l'obiettivo, danneggiando ulteriormente i cittadini, che già si sono visti mettere le mani in tasca dal Governo Prodi per finanziare pseudo-iniziative sociali dannose ed improduttive.
Antonio Maglietta
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martedì 7 agosto 2007
COSÌ LICENZIO I FANNULLONI

di GIANLUIGI PARAGONE
«Si andrà a nuove elezioni presto. E noi dobbiamo essere pronti». Umberto Bossi lo crede davvero e tra qualche giorno lascerà il mare ligure per andare su in montagna con l'amico Giulio Tremonti. È un legame antico e solido. «Lavoreremo insieme al programma», va dicendo il Senatur agli amici. La verità è che una bozza di programma c'è già. E l'ha scritta proprio l'ex ministro, in una lezione di politica tenuta ai giovani di Forza Italia. Quel documento, stampato e distribuito a tutti i parlamentari, è stato l'oggetto della discussione due lunedì fa ad Arcore. Berlusconi lo considera la prima bozza del nuovo programma. Bossi ne è entusiasta per i punti sul federalismo, sull'identità e sulla difesa della famiglia. La cosa ovviamente fa presagire che la Lega sarà ancorata al centrodestra, nonostante Maroni stia trattando con Fassino e Rutelli sulla nuova legge elettorale alla tedesca e sul federalismo. continua...
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Chi ruba di più sulla benzina

di OSCAR GIANNINO
Agosto, tempo di tormentoni. Classici quelli relativi al trasporto, visto che milioni di italiani per vacanzare si mettono in viaggio. Gli aeroporti collassano, come a Fiumicino. Le ferrovie sono come leggete nelle puntate della nostra inchiesta. Le autostrade sono intasate, vedi da anni la direttrice Torino-Brescia su A3 e A4 o la SalernoReggio Calabria. Poiché nel solo mese di agosto si concentrano oltre 80 milioni di arrivi e partenze con tutti i mezzi, è evidente che tutti i colli di bottiglia facciano sentire al contempo la propria stretta. Di tempo sprecato, di spazi non percorsi e, naturalmente, di prezzi più alti. In questo scenario, si capisce bene perché stia andando in onda in questi giorni una drammatizzazione sul prezzo delle benzine e dei carburanti, in cui a saper leggere le cifre sono proprio i presunti "buoni" a recitare la parte dei furbetti, e i presunti cattivi quella degli incolpevoli. continua...
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Fiumicino, una task force per i bagagli


di Redazione - martedì 07 agosto 2007
Roma - Una task force di 80 persone per arginare l'emergenza bagagli all'aeroporto di Fiumicino. E 60 milioni di euro da investire in interventi urgenti. Sono questi alcuni dei provvedimenti indicati dal ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi. E' stato subito designato responsabile unico di tutte le attività in aeroporto Vitaliano Turrà, già direttore dello scalo: sarà il "dominus" a cui faranno capo le decisioni ultime di Adr e delle società di handling. Inoltre, sarà istituita una "vigilanza continua" del Bhs, cioè gli impianti che smistano i bagagli e che di tanto in tanto "vanno in crisi", ha spiegato il ministro, aggiungendo che in caso di blocco dell’impianto si interverrà per rimuovere il problema il prima possibile. Previsti anche investimenti a lungo termine.
Sospeso uno degli handler All'incontro con il ministro hanno partecipato anche Assohandler e le quattro società che gestiscono le operazioni di handling all’aeroporto di Fiumicino Eas, Fligthcare, Alitalia Air Force e Aviapartner all’incontro che si sta tenendo in queste ore presso il ministero dei Trasporti insieme a Enac e Adr. Proprio uno degli handler dello scalo romano, dal 2 agosto, è stato diffidato e risulta sospeso. Adesso ha 30 giorni per mettersi in regola. Lo ha dichiarato il presidente dell'Enac Vito Riggio al termine dell'incontro con il ministro.
A Fiumicino non c'è stato alcun sabotaggio L’ispezione straordinaria effettuata ieri dall’Enac ha sciolto i dubbi circa un possibile piano per far saltare il sistema di smistamento bagagli. Lo ha detto il direttore generale dell’Enac, Silvano Manera, intervenendo a Radio Anch’io. "Siamo andati a fare un’ispezione - ha detto rispondendo a una domanda sulla possibilità di sabotaggio - abbiamo verificato dati e fatti e da quello che abbiamo raccolto non vi sono elementi per sostenere questa che è una ipotesi". Manera ha poi aggiunto che "se il prossimo week end si dovessero ripetere i disagi del passato fine settimana, chi è responsabile dei disguidi li pagherà molto chiaramente". Manera sottolinea che l’Enac ha "l’obbligo di verificare che chi opera in aeroporto abbia la capacità e sappia mantenere la certificazione che gli abbiamo dato all’inizio e su questo faremo dei provvedimenti restrittivi, revocheremo delle licenze per chi non si è comportato bene".
In arrivo provvediamenti drastici Parlando a Radio Anch’io, Manera tiene comunque a precisare che le società di servizi "vengono scelte dai vettori ai quali affidano i bagagli dei loro passeggeri per il trasporto. Quindi il primo vigilante responsabile è colui che fa un contratto con un passeggero", cioè la compagnie aerea, che "può scegliere e cambiare contratto in qualunque momento. Siamo in libero mercato, ci sono parecchie offerte, ogni compagnia aerea sceglie a chi affidare i propri bagagli. La sceglie e se ne assume anche le responsabilità". In merito ai tempi di risoluzione dei disguidi, "abbiamo dato dei tempi precisi: facciamo la verifica per il prossimo week-end e se si ripetono i fenomeni del week-end scorso i provvedimenti saranno assolutamente drastici". Nessuna correlazione però, ribadisce Manera, fra il numero di bagagli "disguidato" e il numero di passeggeri: "A luglio ci sono stati più bagagli disguidati nel momento in cui c’erano meno passeggeri, non è che l’affollamento è proporzionale al numero di bagagli" che vanno smarriti.
I sindacati "Aver parlato di sabotaggi nel sistema bagagli è stata una iniziativa irresponsabile; ora, dopo la marcia indietro, ci aspettiamo scuse formali dal presidente dell’Enac, altrimenti siamo pronti a prendere iniziative sindacali anche con effetti immediati. In caso contrario indichino con nome e cognome i responsabili": è la reazione annunciata questa mattina dai sindacati di base Cgil, Fit Cisl, Uilt e Ugl della Flight Care Italia, uno dei quattro handler, insieme con Alitalia Airport, Eas e Aviapartner, che operano all’aeroporto di Fiumicino. "Le informazioni distorte, la gogna mediatica che abbiamo subito in questi giorni, hanno messo a rischio anche la nostra incolumità quando, solo perché avevamo un tesserino o indossavamo una divisa, siamo stati aggrediti da passeggeri esasperati", hanno aggiunto.
Mattina tranquilla a Fiumicino Pochi i disagi sul fronte bagagli questa mattina all’aeroporto di Fiumicino, mentre al ministero dei Trasporti è in corso l’incontro tra il ministro Alessandro Bianchi il sottosegretario Andrea Annunziata ed i vertici di Enac - il presidente Vito Riggio e il direttore generale Silvano Manera - e quelli di Adr, Fabrizio Palenzona e Maurizio Basile. Nella mattina di oggi allo scalo romano, dove è previsto il transito di 107 mila passeggeri, la puntualità dei voli e, per chi arriva, i tempi di attesa dei bagagli sono - secondo fonti aeroportuali - nella norma del periodo estivo e del flusso in transito.
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venerdì 3 agosto 2007
Privilegi sindacali: i permessi

di Antonio Maglietta - 2 agosto 2007
Si fa un gran parlare dei privilegi della «casta» e l'attenzione critica dei media spesso si rivolge, in maniera anche qualunquistica e demagogica, verso la politica ed i suoi attori. Bisogna precisare, però, che in Italia sarebbe più corretto parlare di «caste» al plurale, visto che sono molte le categorie interessate. E' un dato innegabile che tra queste categorie rientrino a pieno titolo anche i sindacalisti, con la precisazione che, al pari delle critiche rivolte al mondo della politica, se ci sono delle annotazioni da fare, queste devono collocarsi all'interno del limite dettato da alcuni parametri fondamentali come l'eccesso e l'abuso oppure l'estraneità del privilegio rispetto al ruolo o l'attività svolta.
In generale i privilegi sindacali si qualificano in distacchi, permessi e aspettative e, almeno nella Pubblica Amministrazione, il sindacato nostrano sembra avere una certa mano libera. Il contratto collettivo nazionale quadro (CCNQ) sulle modalità di utilizzo dei distacchi, dei permessi e delle aspettative sindacali è stato sottoscritto il 7 agosto 1998 e strutturalmente si divide in tre parti: la prima, oltre a definirne il campo di applicazione, è dedicata all'attività sindacale; la seconda parte è quella che regolamenta l'utilizzo dei distacchi, dei permessi e delle aspettative; la terza comprende le norme finali e transitorie.
I permessi sono uno strumento che conferisce ai dirigenti sindacali la facoltà di svolgere la loro attività esonerandoli dell'obbligo della prestazione lavorativa. I titolari di questi permessi sono indicati all'articolo 10, comma 1, del già citato CCNQ del 7 agosto 1998:
i componenti delle RSU;
i dirigenti sindacali aziendali(RSA) delle associazioni rappresentative ai sensi dell'articolo 10 dell'accordo stipulato il 7 agosto 1998;
i dirigenti sindacali dei terminali di tipo associativo delle associazioni sindacali rappresentative che, dopo la elezione delle RSU, siano rimasti operativi nei luoghi di lavoro nonché quelli delle medesime associazioni aventi titolo a partecipare alla contrattazione collettiva integrativa, ai sensi dell'articolo 5 dell'accordo stipulato del 1998;
dirigenti sindacali che siano componenti degli organismi direttivi delle proprie confederazioni ed organizzazioni sindacali di categoria rappresentative non collocati in distacco o aspettativa.
Insomma, una pletora di persone. Lo stesso articolo, inoltre, nell'indicare i soggetti legittimati a fruire dei permessi, statuisce il fine del loro utilizzo: «per l'espletamento del loro mandato». Una formula generica in cui potrebbe rientrare di tutto e di più ed in cui l'uso potrebbe facilmente trasformarsi in abuso. Infatti, in generale, l'attività sindacale non si esaurisce nella sola attività contrattuale, ma si sviluppa attraverso altre modalità. Per quanto riguarda la partecipazione, a seguito dell'entrata in vigore del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80, con cui è stato abrogato l'articolo 10 del d.lgs. 29/1993, il quale prevedeva un limite circa il diritto d'informazione esercitabile solo relativamente alla qualità dell'ambiente di lavoro e alle misure inerenti la gestione dei rapporti di lavoro, la materia è stata demandata in toto alla contrattazione collettiva. Infatti l'articolo 9 del d.lgs 165/2001, che ha recepito la modifica voluta dal legislatore, recita: «I contratti collettivi nazionali disciplinano i rapporti sindacali e gli istituti della partecipazione anche con riferimento agli atti interni di organizzazione aventi riflessi sul rapporto di lavoro». Inoltre, l'articolo 48 del d.lgs 29/1993, recante il titolo quanto mai eloquente «Nuove forme di partecipazione alla organizzazione del lavoro», rinvia alla contrattazione collettiva la definizione di nuove forme di partecipazione, dando quindi ulteriormente mano libera agli stessi sindacati in tema di determinazione e regolamentazione delle forme di partecipazione.
E' chiaro che la legislazione corrente, dando ampio potere alla contrattazione collettiva, e quindi di fatto non ponendo alcun limite alla fantasia, rischia di incentivare odiose forme di abuso dello strumento dei permessi sindacali, giocando anche sulla estrema genericità del termine «partecipazione». Il 24 luglio scorso, presso la sede dell'A.Ra.N. (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni), è stata sottoscritta, tra la stessa Agenzia ed alcuni sindacati (alcune sigle non hanno firmato: CONFEDIR, CSE, CGU, CIDA, RDB CUB, USAE), una Ipotesi di contratto collettivo nazionale quadro d'integrazione del CCNQ sulle modalità di utilizzo di distacchi, aspettative e permessi, nonché delle altre prerogative sindacali del 7 agosto 1998. Inutile sottolineare che un auspicabile intervento restrittivo sulla genericità della disposizione «per l'espletamento del loro mandato», in relazione ai fini dell'utilizzo dei permessi sindacali, non c'è stato.
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giovedì 2 agosto 2007
lunedì 30 luglio 2007
Festino a luci rosse, procura pronta ad aprire un'inchiesta


di Redazione - lunedì 30 luglio 2007
Roma - Finirà all’attenzione della procura di Roma la serata "allegra" di Cosimo Mele, deputato dell’Udc, protagonista venerdì scorso, in una suite dell'hotel Flora di via Veneto, di un incontro a luci rosse con una squillo (o forse due), poi ricoverata all’ospedale San Giacomo in stato confusionale, forse dopo aver assunto sostanze stupefacenti e alcol. A piazzale Clodio si attende di ricevere il rapporto della polizia sulla vicenda per aprire un fascicolo e valutare se esistano elementi di rilevanza penale. "Poco importa che la ragazza non abbia presentato una denuncia contro il parlamentare o che non siano stati individuati estremi di reato da parte di chi ha verbalizzato il suo racconto. Questa è una valutazione che faremo noi", hanno spiegato a palazzo di giustizia.
Dimissioni accettate Intanto Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc, ha accettato le dimissioni del parlamentare coinvolto nel festino a luci rosse all'hotel Flora. "Sono profondamente amareggiato per quello che è accaduto. Ieri Mele, correttamente, mi ha raccontato tutto ciò che è successo. È stato un comportamento sbagliato, che lui ha riconosciuto. L’unica cosa positiva è stato rassegnare le dimissioni dall’Udc che io ho immediatamente accettato". Così il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, in una conferenza stampa alla Camera, sulla vicenda del deputato. Quello che è accaduto, ha spiegato Cesa, "è incompatibile con i valori che difende l’Udc". Anche se il segretario centrista sostiene che Mele, con cui ha parlato ieri, gli ha ribadito di non aver assunto droga nel corso del festino nell’albergo romano.
Resta deputato Mele, ha raccontato Cesa, ha rassegnato le dimissioni dal gruppo e dal partito ma non ha fatto alcun cenno all’ipotesi di dimettersi da deputato. "Ho parlato con la signora Adele, la moglie di Mele - ha aggiunto Cesa - a lei e alla sua famiglia esprimo tutta la mia solidarietà".
Test antodroga per tutti Detto questo, il segretario centrista ribadisce che l’Udc "continuerà a fare la sua battaglia in parlamento contro la droga, e noi daremo l’esempio". Per questo, mercoledì mattina (dalle ore 9.30 alle 12.30) ci sarà un presidio davanti a Montecitorio per fare il test anti-droga ai parlamentari. "I nostri dell’Udc si sottoporranno al test, la privacy è garantita ma io - prosegue Cesa - chiederò ai parlamentari del mio gruppo di rendere pubblico l’esito del test. Sarebbe inconcepibile che un parlamentare Udc usasse droghe, non lo tollererei e casomai ci sarebbero provvedimenti drastici". Anche "gli amici di An e Fi - dice Cesa - hanno detto che si sottoporranno al test".
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venerdì 27 luglio 2007
mercoledì 25 luglio 2007
Intercettazioni, siluro di Bertinotti ai Ds
di Anna Maria Greco - mercoledì 25 luglio 2007
Roma - Gli ispettori del ministero della Giustizia, attivati dal Guardasigilli Clemente Mastella, chiedono le due ordinanze del gip milanese Clementina Forleo sulle intercettazioni dei politici che riguardano le scalate ad Antonveneta, Bnl e Rcs. Dovranno accertare se ci siano valutazioni «non pertinenti», come ha detto lunedì Giorgio Napolitano, presiedendo il Csm e come è avvenuta la fuga di notizie sugli atti che solo oggi dovrebbero essere inviati alle Camere, ma i mass media hanno diffuso già il 20. Sulla base della loro relazione, il ministro potrà decidere di inviare gli ispettori negli uffici giudiziari di Milano.
Ma il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, avverte: «In questa fase i parlamentari devono dimostrare non solo di essere al di sopra di ogni sospetto, ma di non avere alcun privilegio, neppure un’apparenza di privilegio, e quando l’avessero di disporlo in modo da cominciare una discussione politica senza elementi di turbamento». E aggiunge che intende lavorare per evitare tensioni, riferendosi anche all’intervento di Napolitano: «Siamo in un momento di crisi politica, ma un conflitto tra le istituzioni è un serio rumore di fondo. Bisogna evitare questo rischio, non vedo nulla di peggio».
Il magistrato milanese ha chiesto alle Camere l’autorizzazione a utilizzare 68 delle 73 telefonate intercettate tra 6 parlamentari e alcuni indagati nelle inchieste ma, soprattutto dopo l’intervento del Quirinale, è lei a trovarsi nel mirino. Tra gli attacchi politici del centrosinistra e il rischio di un procedimento disciplinare, per il quale il Procuratore generale della Cassazione ha già mosso lunedì i primi passi chiedendo a Milano gli atti che proprio ieri gli sono stati trasmessi dalla Corte d’appello.
Ora anche il ministro vuole verificare se nei provvedimenti della Forleo ci siano «anomalie» e come si sia verificata la fuga di notizie di venerdì scorso. Il Guardasigilli ha già espresso perplessità su questo fatto ma quel giorno, in effetti, gli atti sono stati depositati a disposizione delle parti e il segreto è venuto a cadere. Il Gip, da quel momento, ha a disposizione 10 giorni per la comunicazione al Parlamento.
Bertinotti spiega che appena arriverà l’ordinanza del Gip di Milano «verrà girata alla giunta che istruirà il caso e poi passerà in aula, in cui verrà chiesto il parere se concedere o no le intercettazioni». Il suo intervento non piace al segretario dello Sdi Enrico Boselli, che lo invita a evitare «interventi impropri», dando «suggerimenti» alla Giunta che dovrà decidere «autonomamente» la proposta da presentare all’aula di Montecitorio. Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, dice invece che la posizione di Bertinotti lo «rappresenta a sufficienza». Lo preoccupa l’idea che un magistrato abbia come «portavoce un parlamentare», dice riferendosi a Giulia Bongiorno di An, che è anche legale della Forleo.
Il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro si augura che «non ci sia alcun tentativo di fermare le indagini e che il Parlamento dia la possibilità al giudice di giudicare con tutte le carte in mano, altrimenti non farebbe l’interesse del Paese e nemmeno degli interessati». Il leader dell’Idv difende l’ex collega Forleo, che ripete di essere «soggetta solo alla legge». Di Pietro usa quelle stesse parole: «Fino a quando avremo un giudice che risponde solo alla legge e non al potere politico di turno, avremo un Paese libero, democratico e uno Stato di diritto».
Diversa è la posizione del suo eterno antagonista Mastella: invita Milano ad ascoltare il monito del Quirinale, che condivide pienamente e respinge l’accusa di voler difendere la «casta politica»: «Difendo prerogative costituzionali», precisa prima che arrivi il significativo invito di Bertinotti. Il Guardasigilli è molto irritato dall’ennesimo scontro con Di Pietro. Dice che venerdì non sarà al Consiglio dei ministri «anche per dare un segnale».
Gli accertamenti preliminari degli ispettori sulle ordinanze, intanto, vanno avanti. Poteva la Forleo definire «consapevoli complici» i politici che parlavano con Consorte e Ricucci, cioè i ds Fassino, D’Alema, La Torre e gli azzurri Cicu, Grillo, Comincioli? Oppure ha compiuto una violazione, ha sconfinato dalla sua competenza sostituendosi al Pm che è l’unico titolare dell’azione penale?
Una volta avuta la relazione, Mastella potrà prendere tre decisioni: archiviare il caso perché non ci sono abusi; far avviare dagli ispettori una istruttoria ascoltando il Gip di Milano; esercitare subito l’azione disciplinare nei confronti del magistrato, se ritiene ci siano violazioni palesi. In quest’ultimo caso, l’istruttoria sarebbe affidata al Pg della Cassazione e l’eventuale «processo» si svolgerebbe davanti al Csm.
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Pensioni, il no della Ue:riforma senza fondi


di Antonio Signorini - mercoledì 25 luglio 2007
Roma - Dubbi sulla copertura del superamento dello scalone perché non garantisce la tenuta dei conti nel lungo periodo ed esortazioni a non dimenticare la peculiare situazione dell’Italia, tra i primi paesi Ue in quanto a spesa previdenziale e debito pubblico. Non c’è traccia di «congratulazioni» al governo nel primo giudizio che il commissario europeo per gli Affari monetari Joaquin Almunia ha dedicato al piano per superare la riforma Maroni. E nemmeno le prime parole spese dal governatore di Bankitalia Mario Draghi dopo l’intesa governo-sindacati suonano come un via libera. Nel sistema pensionistico, ha riconosciuto, è «inevitabile che ci sia un aggiustamento graduale. E siamo in questa fase. Ma è talmente graduale che forse non ne vedremo mai la fine».
Dal punto di osservazione di Bruxelles, il nodo è quello della copertura. «Necessario» aumentare l’età pensionabile rispetto ai 57 anni con 35 di contributi in vigore prima della legge Maroni, ha osservato Almunia. Ma la strada scelta dal governo (al posto dello scatto a 60 anni nel 2008, aumenti graduali dell’età anagrafica minima e di quella contributiva) lascia «diversi importanti problemi aperti». L’elenco tocca tutti gli argomenti cardine del piano presentato alle parti sociali: il finanziamento dell’ammorbidimento dello scalone, l’adeguamento dei coefficienti e la lista dei lavori usuranti. «I criteri richiesti per qualificare il pensionamento sono stati gradualmente allineati con gli altri paesi europei - osserva il commissario - inoltre l’aggiustamento attuariale dei coefficienti di trasformazione è previsto diventare automatico con una frequenza di tre anni». Ma rimangono aperte le questioni di fondo. «Aspetti specifici dell’accordo dovranno essere risolti in modo da assicurare un impatto positivo sulle finanze pubbliche nel medio termine». Perché - ricorda Almunia - anche con le misure annunciate dal governo la spesa pensionistica «attualmente attorno al 14 per cento del Pil, resterà tra le più elevate nella Ue e i rischi sulla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche resteranno».
Il governo non può quindi abbassare la guardia con Bruxelles. Ma anche in patria non mancano problemi. Oltre a quelli politici, la vicenda delle pensioni e le misure previste dal Protocollo presentato lunedì hanno agitato le acque alla Cgil. Come previsto il sindacato guidato da Guglielmo Epifani ha approvato l’intesa, anche se con una maggioranza meno consistente del solito. E oggi arriverà a Palazzo Chigi una lettera da Corso d’Italia nella quale si contestano due punti: i contratti a termine (il sindacato avrebbe voluto che si specificassero i casi in cui le aziende possono attivarli) e la decontribuzione degli straordinari. La sinistra interna avrebbe preferito una bocciatura al 100 per cento e per questo ieri l’esecutivo unitario di Cgil, Cisl e Uil che avrebbe dovuto fissare la data per il referendum tra i lavoratori, è stato rinviato a settembre. «Un fatto gravissimo», ha denunciato Giorgio Cremaschi, leader della componente più a sinistra della Cgil. Meno problemi per Cisl e Uil.
Giudizi articolati anche tra le associazioni datoriali. Ieri il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, in attesa del Direttivo che si terrà oggi, ha detto che nell’accordo ci sono «elementi positivi». Giudizio critico da Confcommercio a proposito delle modifiche alla legge Biagi. Per il presidente della commissione Lavoro di Confcommercio Francesco Rivolta finiranno per colpire il terziario. In particolare i limiti alla reiterazione dei contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi, senza incentivi, rischia di riprodurre «automatismi e rigidità che scoraggiano nuove assunzioni».
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I CRIMINALI DEL FUOCO


di OSCAR GIANNINO
Il fuoco che ha ucciso a Peschici e devastato il Gargano è lo stesso che in queste ore sta colpendo decine e decine di località in Sicilia, Calabria, Abruzzo. Non dipende da Dio né dalla natura a noi indifferente di lepoardiana memoria. Quel fuoco assassino è figlio nostro. Solo l'un per cento dei 40mila ettari di terreno devitalizzato da incendi in Italia nel 2006 è di natura accidentale. Solo il 2% è stimato di origine naturale. L'autocombustione è una fola per rabbonire i gonzi. Più del 60% degli incendi in Italia è di origine dolosa. Statisticamente, dunque, i morti di Peschici sono vittime di omicidio. Più del 15% dei roghi è comunque di origine colposa, ma sempre umana. E omicidi restano, dunque. Schifosi assassinii perpetrati dall'uomo sull'uomo. Con un'aggravante. Negli ultimi quattro anni anni le amministrazioni pubbliche ci avevano illusi. La superficie annichilita dalla favilla assassina era infatti passata dai 91 mila ettari del 2002 a meno della metà, l'anno scorso. E si parlava di successo dello Stato.
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Gli statali in paradiso

di Antonio Maglietta - 24 luglio 2007
L'articolo 46, comma 3, del decreto legislativo n. 165 del 2001 prevede che l'Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni (ARAN) trasmetta ogni tre mesi al parlamento, al governo ed ai comitati di settore un rapporto sull'andamento delle retribuzioni di fatto dei pubblici dipendenti. Nonostante la specifica previsione di legge, il parlamento non ha ricevuto l'ultimo rapporto del 2006 ed il primo del 2007. Nel frattempo il governo Prodi, calandosi le braghe senza un minimo di resistenza di fronte alle richieste dei sindacati confederali, ha previsto cospicui aumenti nell'ambito delle retribuzioni del settore pubblico, senza la benché minima contropartita. L'occasione poteva essere propizia per cercare di inserire un credibile meccanismo, all'interno delle dinamiche contrattuali, che fosse in grado di legare le retribuzioni alla produttività. A tutt'oggi il rapporto trimestrale non è stato formalmente trasmesso alle Camere, mentre risulta sia stato irritualmente pubblicato, a partire dalla fine del mese di giugno, sul sito internet dell'Agenzia.
Il rapporto, inoltre, non fornisce i dati sull'andamento delle retribuzioni di fatto relative al 2006, nonostante l'Istat, sin dagli inizi di giugno, abbia pubblicato le proprie rilevazioni statistiche in proposito. Bisogna ricordare che l'andamento delle retribuzioni di fatto, che incorporano anche gli aumenti riconosciuti dalle singole Amministrazioni in sede decentrata, rappresenta l'elemento di maggiore criticità del settore pubblico. Inoltre appare grave la divaricazione fra i tassi di aumento retributivo del settore pubblico e quelli del settore privato. La criticità della situazione è stata anche evidenziata di recente dalla Banca Centrale Europea, il cui bollettino economico del giungo 2007 segnala come negli ultimi sette anni l'Italia presenti tassi di aumento della retribuzione pro-capite del settore pubblico (+36%) più che doppi rispetto ai tassi di incremento delle retribuzioni pro-capite del settore privato (+14,8%) e del tutto fuori linea rispetto alla media dei Paesi dell'area della moneta unica europea.
Ora una analisi comparata pubblico-privato basata sui dati relativi ai tassi di assenteismo (secondo il professor Pietro Ichino nel privato sarebbero pari al 4/6% mentre nel pubblico 12/14%) e sui tassi di aumento della retribuzione pro-capite (+14,8% nel privato a dispetto di un ben più cospicuo +36% nel pubblico) sarebbe veramente impietosa e, per alcuni versi, anche ingenerosa nei confronti delle tante eccellenti figure professionali presenti nel pubblico impiego. Tuttavia l'analisi è utile per fare qualche considerazione sull'andamento delle tutele riservate ai lavoratori ed in tal senso è palese che i lavoratori del settore privato godano di minore attenzione rispetto a quelli pubblici. Il nodo centrale è che gli impiegati pubblici, al pari dei pensionati, sono diventati il baluardo del sindacalismo nostrano. Infatti, oramai già da diverso tempo, gli statali sono l'unica categoria «attiva» che associa due aspetti fondamentali del potere contrattuale: la cospicua quantità di tessere sindacali prodotte (cosa che fidelizza il rapporto categoria-sindacato) ed i grandi numeri (gli impiegati pubblici, secondo l'ultimo conto annuale della Ragioneria Generale dello Stato, sono circa 3,5 milioni). E' ovvio che, in un tale quadro, i sindacati confederali tendano a riservare una maggiore attenzione a questa categoria. Le differenze in termini di produttività, tasso di assenteismo, tasso di aumento della retribuzione pro-capite, tra settore pubblico e settore privato, non possono essere ricondotte in toto alla presunta maggiore o minore tutela sindacale, ma è chiaro che l'azione del sindacato incide, e non poco, sui vari indicatori del mondo del lavoro.
Forzando il concetto, si potrebbe arrivare a sostenere che i settori meno sindacalizzati (quelli privati) sono anche quelli maggiormente produttivi. Ma addossare tutta la colpa ai sindacati sarebbe sbagliato. Infatti il loro potere, come dimostrano le ultime vicende in tema di pubblico impiego e pensioni, è indirettamente proporzionale a quello del governo. Più il governo si dimostra incapace di dare una linea politica decisa, più aumenta la capacità di pressione dei sindacati. E' la debolezza politica del governo Prodi il vero problema. Manca una idea guida che ispiri i provvedimenti dell'esecutivo. Ecco quindi che, nel deserto delle idee politiche del centrosinistra, il governo ha pensato bene di attingere da quelle ben più floride dei sindacati. Ecco la risposta ai tanti perché sulle sanatorie nel pubblico impiego, sull'abolizione dello scalone della riforma Maroni e sull'allungamento della lista dei lavori usuranti. Sulla scia del sindacato, il governo Prodi ha individuato la nuova classe sociale di riferimento, quella che nell'immaginario collettivo subentra alle classe operaia (sempre meno numerosa e poco appetibile elettoralmente): gli impiegati pubblici. Gli esclusi sono i giovani e i lavoratori produttivi (anche i tanti presenti nel pubblico impiego).
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martedì 24 luglio 2007
Milano, bombe-carta esplose all'alba contro due banche


di Redazione - martedì 24 luglio 2007
Milano - Due esplosioni hanno svegliato questa mattina all’alba gli abitanti di due quartieri milanesi. Alle 5.40 due "grossi petardi", come li definisce la polizia, sono esplosi contemporaneamente davanti all’agenzia del Monte dei Paschi di Siena di via Amedeo D’Aosta, angolo via Pascoli, e all’agenzia della banca Barclays di corso Sempione 54. Le due esplosioni degli ordigni a bassa intensità hanno causato danni alle strutture mentre per il momento, come riferisce la polizia che sta conducendo le indagini, non vi è stata alcuna rivendicazione.
Sportelli aperti Le bombe carta, che dai primi riscontri pare fossero costituite da grossi petardi di produzione industriale, hanno danneggiato praticamente solo gli ingressi di entrambi gli istituti di credito. Le banche sono del tutto operative e i clienti vi hanno potuto accedere fin dalla regolare apertura. La polizia per ora non fa ipotesi su chi siano gli autori degli attentati, né sono ancora giunte rivendicazioni. Le esplosioni hanno svegliato gli abitanti delle zone che hanno dato l’allarme. Subito sono arrivati gli investigatori che hanno avvisato i responsabili della Barclays di corso Sempione e della Monte dei Paschi di via Pascoli.
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INCOSCIENTI


di RENATO FARINA
Tra una settimana la carta intestata visibile qui accanto diventa sacra. C'è scritto "Ministero dell'Interno". Da quel momento è ufficiale. Cretini subito. Non parliamo solo dei politici dell'Unione. Cretini noi che li lasciamo in sella. Incoscienti in blocco questi ministri che aprono allegri porte e finestre a qualunque delinquente o mascalzone si affacci dalle nostre parti. Il foglio citato contiene disposizioni alla polizia di frontiera. Con tanto di timbro si obbligano le forze dell'ordine a chiudere un occhio anzi due dinanzi a chiunque bussi alla nostra porta. Una sbirciatina al passaporto e via. Chi s'è visto s'è visto. Comincia tra una settimana questa fiera dell'ingresso nel Paese dei Ciula (traduzione: fessi) che siamo noi: tutto facile, gratis e senza controlli. Chiunque, da qualunque Stato e qualsiasi fedina penale abbia, purché abbia un visto turistico o similare, ottenibile in automatico dai nostri consolati, potrà perdersi nei sottoboschi delle città, in piena legalità. Siamo a questo.
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La Giustizia è cieca, i pm ci vedono benissimo

di VITTORIO FELTRI
Pubblichiamo di seguito la prefazione di Vittorio Feltri al libro di Davide Giacalone "La malagiustizia". Il volume, ventunesimo della collana "Manuali di conversazione politica", è in edicola con Libero a partire da oggi a 2,50 euro più il prezzo del quotidiano. Non c'è metafora più cretina di quella che rappresenta la giustizia come una bilancia tenuta in mano da un angelo bendato e dotato di spada. La bilancia dev'essersi rotta da un bel po', in compenso l'angelo ci vede benissimo, e di solito evita di pungere con il suo spiedo chi è potente e gli è affine per bandiera e parentela. A parte che non sono neanche tanto convinto, a questo punto, che sia un angelo... Esagero? Gli angeli dotati di ermellino mi quereleranno? Ahia, mi fermo. Confesso. Ho un certo timore ad accostarmi al tema della giustizia. Non perché abbia fifa delle manette di cui si sente sempre il tintinnio quando si accarezzano un po' contropelo le toghe. continua...
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Giudici e politici: Fassino si lamenta ma dimentica che...

di OSCAR GIANNINO
Non sono sospettabile di pregiudizio ostile, in materia di tentate scalate del 2005. Me ne occupo da allora, scrivendo cose indigeste all'unico grande concerto che ho visto dispiegarsi da allora: quello dei giornaloni confindustriali secondo i quali i casi Rcs, Antonveneta e Unipol erano un colpo di Stato contro l'establishment intoccabile. Perciò,avendo difeso soprattutto Gianni Consorte e la sua Unipol sul caso Bnl, posso dire oggi: sbagli, Fassino. Non ho niente da eccepire, sul fatto che il Procuratore Generale presso la Cassazione abbia deciso di acquisire le due ordinanze del Gip di Milano Clementina Forleo, perché i miei studi di legge mi rendono molto tenacemente convinto che sia un bene, che il titolare dell'azione disciplinare davanti al Csm esamini se il Gip non sia andato in quelle ordinanze ben oltre quanto il proprio ruolo preveda, nel trasmettere al Parlamento le richieste che solo ai pm tocca avanzare e argomentare. continua...
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L’ira di Di Pietro sugli alleati: "Cercano di bloccare il gip"


di Fabrizio De Feo - martedì 24 luglio 2007
Roma - «Lasciare le cose appese e dire “nessuno mi può giudicare” è una frase che va lasciata a una vecchia canzone». Antonio Di Pietro torna su quello che ha definito «un attentato alla Costituzione», ovvero «l’entrata a gamba tesa contro l’indipendenza dei giudici» di Clemente Mastella ai danni di Valentina Forleo. Si scaglia duramente contro «quelli che sperano che il gip milanese venga bloccata con un’indagine ministeriale o un trasferimento». E lancia un monito agli alleati: «Respingere la richiesta di utilizzo delle intercettazioni sarebbe un tradimento del programma di governo».
Ministro Di Pietro, prima il duro intervento di Mastella. Poi gli attacchi dei Ds. Infine l’intervento del Capo dello Stato. Non pensa che si stia creando un clima che rischia di depotenziare l’operato della Forleo?«Guardi, togliere dal processo le intercettazioni equivale a togliere al medico la possibilità di usare il bisturi. Abbiamo bisogno di sapere tutta la verità sulla vicenda Unipol e i soggetti interessati dovrebbero capire che su di loro - se verrà bloccato l’utilizzo delle intercettazioni - rimarrà per sempre un alone, una macchia, un’ombra. La loro immagine, insomma, verrebbe per sempre sporcata».
Ma che effetto le fa vedere i Ds - che da Tangentopoli in poi hanno sempre difeso i magistrati - attaccare a testa bassa un magistrato?
«A dire il vero i primi ad attaccare Tangentopoli furono esponenti di sinistra mentre la destra, invece, la sosteneva. Io non so se le intercettazioni contengano elementi penalmente rilevanti. Ma l’importante è non continuare a buttarla in politica. Altrimenti si finisce per fare come il centrodestra».
Mastella annuncia che scriverà a Prodi per chiedere le sue dimissioni.«Non cadrò nell’errore della polemica perché alimenterei la personalizzazione del problema che è proprio quello che vuole una certa parte. Mastella è il ventriloquo di una volontà maggioritaria. Mi sembra che molti vogliano sfuggire al problema: è vero o non è vero che i furbetti del quartierino hanno avuto rapporti di sponsorizzazione o connivenza con esponenti politici? Su questo è necessario che il Parlamento si esprima. Serve una decisione nel merito prima delle ferie, nell’interesse delle persone interessate perché altrimenti butteremmo la loro privacy e il loro onore in balìa del gossip estivo. L’impressione è che molti sperino che la magistratura venga fermata da un’inchiesta ministeriale o da una denuncia di comodo che faccia scattare il trasferimento della territorialità dell’inchiesta stessa».
Lei ritiene che il Capo dello Stato abbia voluto inviare un messaggio al gip Clementina Forleo?«È del tutto ovvio rilevare una concatenazione tra le sue affermazioni e il caso della Forleo. In linea astratta e teorica la sua tesi è corretta quando afferma che non vanno inserite valutazioni non pertinenti. Ma nel caso della Forleo non vi è nulla di più pertinente che motivare perché si chiede l’utilizzo delle intercettazioni».
Ritiene che la richiesta di utilizzo delle intercettazioni verrà respinta con un voto bipartisan?«Se ciò accadesse l’ultimo scampolo di credibilità del Parlamento andrebbe a farsi friggere. Il Paese reale non lo accetterebbe. Il principio sarebbe: oggi do una mano a te, domani tu la dai a me. Sarebbe un mutuo soccorso».
Lei è pronto a chiedere ai Ds di fermare la loro offensiva?
«Credo che il centrosinistra nel suo insieme dovrebbe farlo. Se l’Unione rifiutasse la richiesta milanese creerebbe uno scollegamento tra il programma di governo e l’attività parlamentare. Sarebbe un tradimento».
C’è chi paragona la situazione attuale a quella del 1992. Lei condivide questo paragone?
«Non vedo nulla di nuovo sotto il sole. Oggi come allora tutte le volte che un politico viene colpito dice che c’è una invasione di campo per fini politici. Ogni volta c’è lo stesso ritornello da destra e da sinistra. Inoltre si sta creando un fenomeno di uso abusivo dell’immunità parlamentare che andrebbe abrogata».
Ma lei cosa pensa del comportamento di Clementina Forleo? È un’anomalia il fatto che il gip sia andato oltre le richieste del pm?
«Ma siamo davvero così certi che sia andata oltre le richieste del pm? Nella richiesta del pm si fa riferimento a persone già individuate ma anche ad altre da individuare. Mi pare che la decisione del giudice sia molto in continuità con gli accertamenti della Procura. Se vogliono attaccarla dovranno trovare altri argomenti».
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