sabato 12 gennaio 2008
Emergenza rifiuti: la serietà al governo!
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domenica 16 dicembre 2007
Stranieri, abbuffata clandestina


di Francesca Angeli - domenica 16 dicembre 2007
da Roma
Un milione, almeno, di richieste di assunzione di stranieri e appena 170.000 posti di lavoro disponibili, quelli fissati col decreto flussi 2007. Soltanto nella giornata di ieri il sistema informatico del ministero dell’Interno in 12 ore, dalle ore 8 del mattino alle 20, aveva già ricevuto 352.955 domande di assunzione. Ed era la prima tranche. Se nelle prossime due tranche, fissate per il 18 e il 21 dicembre, l’afflusso delle domande (come è prevedibile visto che sono già stati scaricati dalla rete 700.000 moduli) procederà con lo stesso ritmo si arriverà al minimo ad un milione di richieste. Che cosa succederà delle circa 8-900.000 che resteranno fuori? Al Viminale attraverso la rete arriveranno tutti i dati, i numeri, gli indirizzi dietro ai quali ci sono migliaia di volti, persone reali che chiedono lavoro accanto ad altre che lo offrono. E con tutta probabilità si tratterà per la maggior parte di stranieri che già lavorano sul nostro territorio in modo irregolare e privi di permesso.
Insomma da oggi il governo ha un problema in più che difficilmente potrà far finta di non vedere. La risposta potrebbe essere quella di riaprire subito i flussi con un nuovo decreto come richiesto da patronati e sindacati.
Il Viminale si era organizzato per fare fronte all’assalto telematico ma nonostante l’apparato messo in piedi non sono mancate le difficoltà e gli intasamenti. E le proteste. Soprattutto da parte dei patronati e dei sindacati che si erano preparati ad inviare centinaia di domande in blocco e che invece, denunciano, si sono visti scavalcati dalle domande dei privati. Durissima la protesta delle Acli, di Cgil, Cisl, Uil e delle associazioni dei consumatori, che chiedono già di rivedere le graduatorie e comunque di riaprire i flussi. Il Viminale replica che tutto è avvenuto senza intoppi critici e soprattutto senza assegnare corsie preferenziali a nessuno. Comunque il governo specifica che delle 352.995 domande 162.572 sono quelle inviate dai singoli cittadini e 190.423 quelle di patronati e associazioni.
Ma vediamo le cifre. Ieri era possibile richiedere l’assunzione di stranieri provenienti da uno dei 14 paesi che hanno stipulato accordi bilaterali con il nostro. I posti a disposizione per questo settore sono 47.100. Il Viminale stima che le domande saranno alla fine 380.000. Quindi soltanto uno su otto raggiungerà il traguardo. Il maggior numero di richieste è arrivato per il Marocco, 97.085; Bangladesh, 55.070; Moldavia 31.286. Le richieste riguardano il lavoro domestico (206.938) o subordinato in genere (146.057). La prima domanda è arrivate alle ore 8 un secondo e 134 millesimi. Il sistema messo a punto dal ministero ha gestito all’incirca 9.600 connessioni al minuto. In molti hanno lamentato l’eccesso di attesa per la conferma dell’avvenuta ricezione da parte del sistema ma il Viminale replica che a parte qualche lentezza «il sistema ha retto».
Adesso si preparano altre due giornate di passione. Il 18 toccherà alle domande di assunzione per badanti e colf di nazionalità diverse dalle 14 di ieri. Anche qui si prevede l’arrivo di almeno 300.000 richieste per soli 65.000 posti disponibili. Infine il 21 dicembre toccherà a tutte le restanti tipologie di lavoro e soprattutto alle domande di conversione del permesso di soggiorno per tutte le nazionalità. Chi è entrato nel nostro Paese con un visto turistico o per studio potrà chiedere il cambio con quello di lavoro.
Già sul piede di guerra patronati e sindacati. L’Arci parla di «situazione gravissima» e di «sistema inadeguato». La Cisl invece segnala come la lunghezza di alcuni nomi dello Sri Lanka, abbia mandato in tilt il sistema di accettazione.
Alle critiche piovute sul Viminale replica il prefetto Mario Morcone, capo Dipartimento per l’immigrazione. «La sproporzione tra le quote offerte e le domande ricevute è un problema che non appartiene all’amministrazione - dice Morcone -. Noi abbiamo lavorato con serietà e onestà per mettere il presidente della Repubblica nelle stesse condizioni di ogni singolo cittadino».
Tocca al sottosegretario all’Interno, Marcella Lucidi, sottolineare che esiste un problema politico da risolvere che nasce dalla «sproporzione tra il fabbisogno occupazionale che esprimono le famiglie e le imprese italiane e le quote numeriche dei flussi».
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giovedì 25 ottobre 2007
Senato: governo battuto piu' volte, verso il voto di fiducia
Roma, 25 OTT (Velino) - Le notizie provenienti da Palazzo Madama configurano un giovedi' nero per maggioranza e governo, complessivamente battuti quattro volte dall'opposizione sugli emendamenti al decreto-legge collegato alla Finanziaria. Una via crucis che potrebbe spingere il governo a ricorrere al voto di fiducia. E in questo senso sembra andare la convocazione per le ore 15 di una riunione dei capigruppo. I colpi ricevuti al Senato gettano ulteriore scompiglio in una coalizione che esibisce in modo sempre piu' plateale il proprio nervosismo e le contrapposizioni interne.
Il premier Romano Prodi prova a rilanciare - e a stoppare le manovre che gli alleati, secondo molti retroscenisti, starebbero organizzando a sue spese - indicando la necessita' di cambiare la legge elettorale (ma non certo nella direzione auspicata dai fautori del modello tedesco) a larghissima maggioranza e di approvare le riforme istituzionali avviate dalla Camera. Riforme che - sottolinea Prodi - non implicano affatto il varo di un governo tecnico. Insomma, il Professore sbarra la strada a quanti nella maggioranza immaginano un percorso alternativo a quello del governo Prodi per condurre in porto le riforme - almeno quella elettorale - prima del voto. Uno scenario tratteggiato martedi' sera anche dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Che da allora ha a piu' riprese incrociato le lame con Palazzo Chigi a colpi di repliche e controrepliche.
Oggi la terza carica dello Stato - nelle cui considerazioni e' stato colto il riecheggiare di appelli cari al Quirinale - puntualizza: "Se vive il governo, il primo a essere contento sono io". Una precisazione impensabile in altri frangenti, quando il sostegno di Bertinotti al governo sarebbe apparso scontato.
Il presidente della Camera aggiunge che e' si' contento se il governo vive, ma "se questo governo non ce la facesse a vivere non c'e' il diluvio. C'e' un'altra possibilita', se si ritiene che le riforme costituzionali e quella elettorale siano prioritarie". Ancora una volta si riaffaccia per Prodi lo spettro di un esecutivo che sostituisca quello da lui guidato. Un fantasma che indebolisce l'arma prodiana della minaccia di elezioni anticipate. Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture e leader dell'Italia dei Valori, indica addirittura la natura, la durata e gli obiettivi dell'esecutivo che potrebbe traghettare il paese alle urne: "Se dovesse cadere il governo Prodi, prima delle elezioni c'e' la necessita' di dar vita a un governo tecnico, che duri magari 60 giorni-tre mesi, per riformare la legge elettorale. Poi si vada pure al voto".
D'altra parte, le defezioni e i veleni di Palazzo Madama non consentono di coltivare illusioni sulle prospettive del governo. Che dovra' presto affrontare un altro calvario, quello della Finanziaria.
Franco Turigliatto e Salvatore Cannavo', esponenti di Sinistra critica, componente minoritaria di Rifondazione, hanno annunciato oggi che non si sentono parte della maggioranza, dunque non voteranno la Finanziaria. E Turigliatto siede a Palazzo Madama. Dove a questo punto – se si escludono i senatori a vita e in attesa che le fughe dalla maggioranza ventilate da Berlusconi trovino conferme ufficiali - l'Unione e' gia' in inferiorita' numerica. Per Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi, ai "secondi di Prodi" non resta che "gettare la spugna".
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giovedì 4 ottobre 2007
Ecco come il Pd farà cadere il governo

di Gianni Baget Bozzo - giovedì 04 ottobre 2007
La differenza di principio tra il Partito democratico e la sinistra «radicale» si fa più grave non sui temi sociali, ma su quelli degli immigrati e delle sanzioni dello Stato contro i reati da essi commessi.
La sinistra che fa capo a Rifondazione è frutto di un mutamento avvenuto nella sinistra italiana dopo la fine del comunismo russo. La caduta del comunismo russo ha avuto ripercussioni anche nel Pci che doveva al partito russo la sua fondazione genetica e ne aveva incorporato come identità propria il concetto di rivoluzione anticapitalista imposta alla società dallo Stato come organo della verità. Il Pci è divenuto democratico nel metodo, ma non mai socialdemocratico nella dottrina, non ha mai accettato di sostenere il capitalismo come principio nel modo socialdemocratico nemmeno quando dovette cambiare nome. E fu ben attento a non prendere il nome «socialista» e a mantenere il suo atto fondativo nella scissione di Livorno tra il Psi e i comunisti italiani.
Ma la cultura della sinistra è cambiata da allora, non ha più puntato sull’imposizione ideologica e sull’utopia sociale, ma ha mantenuto la tesi che il sistema capitalistico sarebbe entrato in crisi nella società globale in funzione di tutte le contraddizioni che la società globale comporta. Essa infatti fonde in uno spazio unico di comunicazione tutti i diversi tempi e le diverse storie dell’umanità: quasi tutti i punti di evoluzione dell’umanità sono presenti al loro livello nella società globale, creando contraddizione tra lo spazio unico e i tempi molteplici e diversi.
Rimane l’idea di rivoluzione, non come presa del potere dello Stato, ma, al contrario, come disarticolazione di esso. Può essere quindi anche una forma di lotta non violenta perché punta sulle masse e non sulle minoranze, ma sempre di lotta e di rivoluzione si tratta. Tra i postcomunisti del Partito democratico e la sinistra rivoluzionaria in questa nuova forma c’è una grande differenza. Tanto più che il Ds ha rinunciato alla difesa della tradizione socialista e cerca la salvezza ideologica senza l’ideologia unendosi con le clientele democristiane del sud. La sinistra rivoluzionaria ha dunque il monopolio della cultura di sinistra, tanto che riesce a condurre fuori del Partito democratico anche la sinistra intellettuale che fa capo a Fabio Mussi. La sinistra rivoluzionaria è il vero senso che le parole «antagonista» e «radicale» nascondono.
Per spiegare come il contrasto possa divenire acceso, basta notare un episodio: Piero Sansonetti ha accusato Walter Veltroni di fascismo per aver sostenuto che si dovesse concedere ai prefetti la capacità di espellere cittadini rumeni che perturbano in modo grave la pace sociale. Sansonetti vede in questo la cancellazione dello Stato di diritto e la sostituzione dei giudici con i prefetti. Sarà ancora più indignato quando dovrà constatare che il ministro degli Interni intende proporre in consiglio dei ministri proprio quello che ha proposto Veltroni. I temi della sicurezza e degli immigrati saranno al centro della lotta mortale tra la sinistra storica, degradata in Partito democratico, e la sinistra rivoluzionaria. Paolo Ferrero, ministro di Rifondazione, propone la cancellazione della Bossi-Fini e porte aperte all’immigrazione, togliendo allo Stato e conferendo ai Comuni i poteri di certificazione della condizione legale dell’immigrato. Per la sinistra rivoluzionare la società globale vale non solo per il capitale e le merci ma anche per gli uomini. Gli immigrati debbono dunque entrare liberamente in Italia come vi entrano le monete e le merci.
I Ds hanno conservato invece l’idea dello Stato e della nazione. Non a caso lo hanno conservato in modo particolare i sindaci delle grandi città: e Sergio Cofferati è divenuto il simbolo del principio della legalità e dell’integrazione contro quello della libera immigrazione e dell’autogestione degli immigrati. Cofferati è ancora in minoranza nel Ds, ma è anche un punto di riferimento: quando il ministro degli Interni Giuliano Amato propone tolleranza zero e concede ai prefetti il potere di espulsione (pur lasciando incerto quale autorità li accompagnerà alla frontiera), indica una differenza culturale e ideologica tra la linea della sinistra storica e quella della nuova sinistra rivoluzionaria. Ciò che era evidente a tutti prima della formazione dell’Unione si deve ora constatare sul terreno dei fatti. Ciò rende inevitabile la crisi di governo proprio con la nascita del Partito democratico in cui la sinistra storica dovrà parlare il proprio linguaggio e entrare in contrasto con la sinistra rivoluzionaria. Sarà un grande problema questa crisi di governo: inevitabile, perché in essa si compirà la grande divisione della sinistra italiana unita soltanto nella lotta contro Berlusconi.
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martedì 3 luglio 2007
Pensioni, ora Rifondazione minaccia la crisi


di Laura Cesaretti - martedì 03 luglio 2007
Roma - La trattativa è ancora in alto mare, e la questione dell’età pensionabile resta per il governo una mina che per il momento nessuno è ancora riuscito a disinnescare.
Sullo «scalone», infatti, si stanno coagulando due fronti contrapposti dentro l’Unione: da una parte la sinistra che ne reclama l’abolizione, dall’altra i «riformisti», con la leadership virtuale di Walter Veltroni, che giudicano necessario e non più rinviabile l’adeguamento del sistema previdenziale ai nuovi trend demografici, come ha chiaramente spiegato Massimo D’Alema. E nel mezzo c’è Romano Prodi, che cerca una strada per non rimanere stritolato dallo scontro interno.
Ieri il ministro radicale Emma Bonino (che con D’Alema ha un ottimo rapporto politico) ha dato il via al fuoco di sbarramento dalla «destra» dell’Unione: «Dobbiamo tenerci lo scalone, se passa l’ipotesi dei 58 anni voto contro, per tentare di impedire al governo un grave errore». E ha ricordato a Prodi che qualsiasi modifica della riforma Maroni «deve trovare una maggioranza che la voti in Parlamento». Col sottinteso che, allo stato dei fatti, quella maggioranza è assai difficile. Poco dopo si è fatto sentire un altro ministro, Antonio Di Pietro: «A 60 anni le persone sono ancora in piena efficienza psico-fisica, e non possono gravare sulle spalle delle generazioni future». Una bocciatura preventiva dell’ultima proposta di mediazione avanzata dal ministro del Lavoro Damiano, che in pratica accoglie l’ipotesi avanzata dalla Cgil: si annulla lo scalone, rinviandolo di tre anni, e si introducono incentivi modulati per chi decide di restare al lavoro oltre i 58 anni. Una vistosa marcia indietro rispetto alla linea tenuta dal governo la scorsa settimana, quando il tavolo di trattativa con i sindacati era saltato. Ai suoi interlocutori della sinistra radical, il premier aveva spiegato di non poter accettare l’ipotesi scalino 58 anni più incentivi «per ragioni politiche prima che contabili»: una simile mediazione al ribasso sarebbe stata letta come il definitivo cedimento alle pressioni dell’ala massimalista della coalizione e avrebbe scatenato contro un governo già precario le critiche di tutta la grande stampa. Ma Franco Giordano e i suoi hanno spiegato al premier che per Rifondazione la drastica riduzione dello scalone è «l’ultima frontiera», e che i parlamentari Prc non avrebbero votato neppure la fiducia, se il governo (come chiedeva la Cgil) l’avesse posta su un accordo al ribasso firmato dai sindacati.
Se qualcuno pensa che non facciamo sul serio, ha capito male», spiega il capogruppo Prc Migliore. «Su questo fronte siamo veramente determinati. E mi pare che Prodi lo abbia capito». Il timore di Rifondazione in realtà è tutto politico: ossia che una parte della maggioranza, con il Partito democratico di Veltroni, D’Alema e Rutelli in testa, voglia usare le pensioni per regolare i conti con la sinistra radicale. Spingere il governo alla linea dura, spaccare la nascente «Cosa rossa» dentro la quale Verdi e Sinistra democratica sono più disposti al compromesso e isolare i duri del Prc e del Pdci. Magari fino a spingerli verso «un esito da ’98», quando Bertinotti fece saltare il primo governo Prodi. «Vogliono sconfiggerci sull’unico fronte dal quale non possiamo arretrare», è il timore dei vertici Prc. Per poi varare assieme a una parte della Cdl una nuova legge elettorale che tagli le gambe ai piccoli partiti, e accelerare la discesa in campo di Veltroni.
Di fronte al rischio di veder saltare la maggioranza a sinistra, il premier ha ceduto sugli incentivi e sul rinvio di tre anni, nonostante le resistenze di Padoa-Schioppa. E ieri dai sindacati e dalla sinistra si è levato un coro di voci ottimiste: «Un passo avanti straordinario, l’accordo mi sembra vicino», dice il ministro Bianchi a nome del Pdci. Ma dal Prc e dalla Fiom (che reclama lo sciopero generale) si leva un nuovo stop: Migliore chiede che dallo «scalino» dei 58 vengano esentati tutti gli operai, ma in realtà il punto inaccettabile è un altro: «Il trucco della proposta Damiano sta nel fatto che se fra tre anni, grazie agli incentivi, non si produce lo stesso risparmio pensionistico previsto dallo scalone, l’età pensionistica viene automaticamente innalzata», dicono dal suo partito. E la chiusura dell’accordo si allontana.
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